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Diventare mamma: un piacere ma anche uno stress?!

 

Un figlio è un passo importante del processo di costruzione dell’identità femminile. E’ fonte di gioia, di rinnovamento, di realizzazione, al tempo stesso genera un evento stressogeno elevato, che chiede capacità di adattamento e di autoregolazione perchè venga vissuto nella sua naturalità. Scombina gli equilibri relazionali della coppia, sposta l’attenzione e il focus della cura, irrompe nei tempi di azione e nei “rituali” della coniugalità e la coppia, se non protetta, può divenire l’anello debole del nuovo sistema familiare.

Riuscire quindi a essere donna e non solo una mamma è fondamentale. La società post- moderna consente alla donna un vasto repertorio di opportunità di realizzazione e di espressione della propria funzione; se prima il benessere personale poteva coincidere con il benessere della famiglia, l’attuale donna-mamma ha un compito più arduo: assemblare una molteplicità di esigenze e di bisogni, la dimensione materna, il ruolo coniugale, la cura del proprio corpo e dello spirito, la manutenzione di legami amicali e sociali, il lavoro e il tempo libero. Questo quotidiano gioco ad incastriè delicato e complesso, soprattutto se la donna ha parametri di soddisfazione e di appagamento elevati e richiede creatività e tanto senso pratico. E’ anche vero che come donne post- moderne possiamo chiederci fin troppo, una sorta di “aspirazione a ottenere tutto” che può generare la crisi. Essere a posto con se stesse, madri competenti e serene, donne sentimentalmente appagate e amate, professioniste stimate, femmine attraenti e in buona salute psicofisica è la dimensione dell’ideale. Sul piano di realtà queste richieste spesso entrano in conflitto e in antitesi e il più delle volte comportano delle rinunce.
L’importante è fare piccole cose e una per volta.

Prima di tutto, è fondamentale abbassare le aspettative di “perfezione” su di sè e ricordarsi che come dice D. Winnicot occorre possedere la capacità di essere una “madre sufficientemente buona”. Organizzarsi, delegare e gestire le risorse è altrettanto utile: se ci sono nonni/e, mariti, amiche, familiari disposti e disponibili a occuparsi dei nostri piccoli, delle commissioni e della spesa, lasciare fare, lasciarsi aiutare. Non si può fare tutto. Evitare i sensi di colpa: concedersi una passeggiata, la lettura di un giornale o di un libro, una doccia vera e fatta con calma, l’ora di fitness o di pilates, la mostra di Raffaello, brevi pause con se stesse, dove fare nulla, da segnare in agenda. Così si ritrovano momenti di ben-essere che fanno tornare alla famiglia e al ruolo di madre e moglie, con un respiro più ampio e leggero…. perchè in tutto queste fare, manca il fiato.
Anche la coppia e il rapporto con il marito e partner ne risentono. Ricordare che prima di tutto c’era la coppia, da cui è iniziato tutto. Lo spazio dove si realizzavano i nostri desideri: cene romantiche, viaggi avventura o vacanze rilassanti, interessi culturali e ricreativi, dialoghi e conversazioni, sesso e coccole. Il coniuge e il compagno sono parte della salute psichica della donna così come sono partecipi dello sviluppo psico-affettivo del bambino. Sono le donne che devono tutelare e conservare questo luogo affettivo e l’intesa, talvolta vincendo la stanchezza e le troppe cose da fare. Una mamma, una donna appagata è una mamma positiva per il proprio figlio; una coppia di genitori in accordo e unita è gioia e sicurezza per un bambino.
E come fare con il proprio piccolo? Prendersi un tempo senza di lui e non tutto per lui? Per un bambino tutto può essere un gioco, nonchè un apprendimento: mentre apparecchiamo la tavola dai 2/3 anni in poi possiamo coinvolgerlo, assegnandoli piccole responsabilità; lo stesso vale quando dobbiamo caricare la lavatrice o ritirare il bucato: colori, grandezze, tessuti, sensazioni tattili sono esplorate dal bambino anche in queste occasioni. E’ fondamentale mettere il proprio piccolo in condizioni di sicurezza e proporgli attività adeguate all’età, e per questo non ansiogene ma stimolanti il processo di crescita e di autonomizzazione.

Crescendo lui, aumenterà il nostro spazio e tempo libero dal piccolo e recuperiamo la nostra identità.

Cristiana D’Orsi

La scoperta della propria infertilità

Un uomo e un donna qualunque sono convinti che quando decideranno, saranno in grado di concepire un bambino e di metterlo al mondo senza alcuno ostacolo. Nessuna ombra e nessun elemento potranno contrastare questo progetto: il bambino nascerà come realizzazione di un pensiero magico, onnipotente, incontrastabile e “facile”. Questo uomo e questa donna danno per scontato che avere un figlio sia un atto naturale e dovuto.

Eppure, cresce in Italia, e non solo, il numero di coppie che incontrano difficoltà alla realizzazione di un evento sì straordinario. Nel 15% dei casi la causa di infertilità rimane ignota, e, per così dire, inspiegata. Alcuni studi hanno evidenziato che eventi emotivi come stress, depressione, ansia possono avere risvolti sulla funzionalità riproduttiva, ma le cause organiche maschili e femminili sono in aumento. Così i progressi della medicina nel campo delle Tecniche di Riproduzione Assistita fanno nascere numerose speranze e possibilità di aggirare l’ostacolo ma occorre tenere conto che un bambino è semplicemente un dono che, verrà solo al momento giusto, se verrà.

Senza dubbio il cammino dell’infertilità è arduo, faticoso e incerto, una sorta di percorso a ostacoli contro il tempo, talvolta contro le proprie idee e i propri valori e che ad un certo punto può anche richiedere un’alzata di “bandiera bianca”. La diagnosi medica getta la terribile sentenza: “siete una coppia infertile; lei ha una astenospermia (spermatozoi lenti), lei ha le tube chiuse….”.

E allora il dubbio su di sé, sulla proprie capacità di essere madre o padre, di non essere all’altezza di questo compito o ancora in continua tensione tra volere essere e non poter essere, possono emergere in primo piano. Paura e ambivalenza del desiderio, capacità di accogliere il vuoto che non si riempie e di stare con l’attesa, il sentimento di vergogna per un corpo inabile, incapace che non funziona e l’invidia per le pance delle altre donne, così feconde e fertili; e ancora la rabbia che cela la profonda tristezza, che in alcuni casi e momenti diventa depressione e l’esperienza di una sorta di “lutto mensile” che si reitera impietoso con ogni ciclo mestruale.

E a questo punto che fare: adottare un bambino, sperare ancora e continuare ad aspettare, ricorrere alla medicina, alla fecondazione assistita, così innaturale… Si apre una riflessione sul superamento del limite, sulla volontà di andare contro natura o contro un destino che sembra aver scelto questa coppia. Perché proprio noi? Diventa dunque importante distinguere e fare chiarezza su vissuti dell’infertilità per potere entrare in contatto con questo messaggio del corpo che è poi un messaggio anche della psiche. E, dunque, l’infertilità è una malattia, oppure una condanna, una colpa? Di certo una sofferenza che va ascoltata e accolta”
(C. D’Orsi: Sara, Elisabetta e Le altre. La femminilità ferita tra desiderio e limite della maternità. Ed. Psiconline 2008)

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