Archivio dei tag supporto psicologico

Conoscersi significa amarsi: conosci te stesso

«Molte volte, conoscere se stessi, Socrate, mi è sembrata una cosa alla portata di tutti. Molte volte, invece, assai difficile».

Così Alcibiade manifestava al maestro la sua preoccupazione di fronte alla fatica che comporta crescere.

Socrate gli rispose: «Alcibiade, che sia facile oppure no, conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo prenderci cura di noi, mentre se lo ignoriamo, non lo potremo proprio sapere.»

Se la cicogna non arriva… in aiuto lo psicologo

Lo psicologo in aiuto alla infertilità – Circa il 40% delle coppie abbandona la via della fecondazione assistita senza aver ottenuto il risultato sperato, spesso dopo il terzo tentativo.
Al Congresso della Società Italia della riproduzione umana (SIRU) è emerso quanto sia indispensabile un’adeguata consulenza psicologica. Lo psicologo preparato e formato in questo campo, fornisce un sostegno per ridurre lo stress legato alla diagnosi di infertilità, ma anche ad affrontare in modo più positivo l’intero percorso e a riprendersi da un eventuale fallimento.
La SIRU quindi consiglia di richiedere sin da subito questo tipo di assistenza, per avere oltre al ginecologo di riferimento, anche uno psicologo cui rivolgersi durante tutto il percorso.
In caso di fecondazione eterologa è raccomandato, anzi alcuni centri chiedono espressamente di svolgere colloqui con lo psicologo prima di intraprendere il percorso.

Fecondazione assistita, per 70% donne sterilità è tabù

Roma, 9 gen. Dire.it Agenzia di Stampa Nazionale
– Mentre si discute del calo delle nascite in Italia (12mila in meno nel 2016 rispetto al 2015 e quasi 100mila in meno negli ultimi otto anni secondo l’Istat) e delle possibili cause, esiste una realta’ altrettanto importante, costituita da coloro che ricorrono ai trattamenti di Pma (Procreazione medicalmente assistita) per potere avere un figlio. Se da un lato circa l’1,8% delle donne italiane senza figli dichiara di non volerne avere, dall’altro migliaia di coppie ritengono solo piu’ opportuno posticipare una gravidanza per attendere la stabilita’ familiare, economica e professionale. Un dato che si scontra, pero’, con il fattore biologico: il tasso di fertilita’ mensile nelle donne di 30 anni con rapporti regolari e’ del 20% per ciclo, mentre nelle donne oltre i 40 anni e’ del 5% per ciclo. A questo si aggiungono le lungaggini che entrano in gioco nel momento in cui si decide di affidarsi ad un aiuto medico: le coppie che cercano una gravidanza nel Paese intraprendono un autentico percorso a ostacoli. L’attesa arriva fino a otto anni, soprattutto per l’eterologa. Spesso la causa e’ da imputare a meccanismi normativi e burocratici polverosi, altre volte alla scarsa disponibilita’ di strutture, ma in molti altri casi e’ soprattutto la mancanza di informazione a vanificare i tentativi di genitorialita’. Parte da queste considerazioni la campagna di sensibilizzazione promossa da Institut Marques, clinica internazionale specializzata nella Procreazione Medicalmente Assistita, che si rivolge ai pazienti con lo scopo di aiutarli ad orientarsi per facilitare e accelerare l’accesso alle tecniche di Pma. “Le difficolta’ che le coppie incontrano non dipendono sempre o solo dall’eta’ in cui iniziano a desiderare un bambino- spiega la dottoressa Federica Moffa, specialista in Riproduzione Assistita di Institut Marque’s Italia- Nel moderno contesto socioculturale, soprattutto nel nostro Paese, non deve stupire che una donna inizi a cercare un figlio a 34 anni. Altro discorso e’ se, tra dubbi e confusioni, pellegrinaggi tra diversi specialisti e liste d’attesa infinite, si finisce con l’arrivare al trattamento alla soglia dei 40”. Il ‘tempo per un figlio’ stimato dal Censis nell’indagine sulla fertilita’/infertilita’ in Italia, restituisce uno spaccato gravoso ma parziale: 3,9 sono solo gli anni che intercorrono tra i primi dubbi sulla difficolta’ di ottenere una gravidanza e l’arrivo in un centro di Procreazione Assistita. Ma il percorso non termina qui. La media degli italiani matura una sterilita’ di lunga evoluzione passando dai 4 agli 8 anni per cercare una gravidanza dentro e fuori dal loro Paese, arrivando a realizzare fino a 6 cicli previ. Nei casi piu’ critici, l’attesa va dagli 8 ai 16 anni con 15 trattamenti previ. Un fenomeno che si traduce nei numeri che il ministero della Salute ha diffuso nella Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 40/2004: le coppie italiane che si sono affidate alla Pma nel 2015 erano 74.292, per un totale di 95.110 cicli avviati ma solo 12.836 portati con successo fino alla nascita, il 2,6% delle nascite totali del 2015. Si stima che solo la meta’ delle donne che non raggiungono una gravidanza naturalmente chieda aiuto e solo il 22% riceva cure mediche. Le ragioni principali di questa situazione sono economiche, morali e religiose. Per questi motivi, spesso, la tendenza generale e’ accettare la situazione e rifiutare i trattamenti medici. Tra i fattori che influiscono su questa scelta c’e’ anche la mancanza dell’appoggio familiare o, piu’ semplicemente, il desiderio di nascondere il problema. Uno studio di Institut Marque’s dimostra infatti che piu’ del 70% delle italiane considera che la sterilita’ nel Belpaese sia un tabu’ e la vive in un contesto avverso. Il 2018 sara’ il 40esimo anniversario dalla nascita di Louise Brown, la prima bambina nata grazie alla Pma. Oggi le conoscenze mediche e l’expertise dei centri hanno raggiunto un livello che solo pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza ma, paradossalmente, cio’ che fatica a crescere e’ il grado di conoscenza e di consapevolezza su questi trattamenti: il percorso verso la Pma risulta meno impervio rispetto al passato, ma persiste una resistenza frutto di scarsa informazione e molti luoghi comuni sulla questione. (Wel/ Dire)

No Panic! Quando fare pace con il proprio panico

A volte gli attacchi di panico e l’ansia rappresentano una sorta di paralisi, di arresto e di blocco.

Non si riesce più a studiare, non si crede più in se stessi, non ci si sente all’altezza del proprio ruolo lavorativo.

Stati di sofferenza, sentimenti di inadeguatezza ci pervadono.

Eppure questi momenti, se ascoltati e non scacciati, se accolti e non rifiutati possono essere il punto di partenza per trovare se stessi e nuove risorse, trovando nel PANICO  un ALLEATO.

E’ possibile entrare in contatto con questa forza interiore insolita e strana, attraverso un percorso di lavoro di consapevolezza, con cui scoprirsi migliori di quanto ci sentiamo.

Perfezionismo: l’arte di farsi a fette

”Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”   (Aristotele)

Tanto tempo fa ho letto un piccolo libro il cui titolo mi è rimasto impresso: Vincere sbagliando. Ma come è possibile? Direbbe chi è artefice e vittima allo stesso tempo della perfezione, dell’essere perfetti.

In effetti si può finire a fette quando l’attenzione all’ordine, alla precisione, al compimento di attività e di obiettivi domina nelle persone che vivono con richieste sempre più elevate e sfide incessanti, al fine di eccellere, conquistare un’immagine positiva e vincente. Queste persone spesso sono insoddisfatte, alla continua ricerca di qualche cosa, per cui c’è sempre da fare qualcosa e si può sempre farlo meglio. Rischiano molto, tanto quanto stimolante e avvincente è la possibilità di perseguire standard elevati (nella vita professionale, nella scuola e negli studi, nelle relazioni sentimentali, nella relazione con se stessi, nello sport). Sono persone che mal sopportano lacune, nei e ombre nel loro operato, errori e insuccessi nella loro prestazione, tanto da essere sempre rivolti con lo sguardo alla meta. Peccato che una volta raggiunta non è così appagante come credevano e quindi si mettono in moto per un altro traguardo.

E così queste persone non finiscono mai, o meglio possono sfinirsi, fino all’esaurimento, senza rendersene conto, quando ormai è troppo tardi e i livelli di stress e di burn out sono tali da sentirsi esausti, privi di energia, bruciati appunti.

Un conto è la tensione e il desiderio di migliorarsi e di progredire, con un atteggiamento costruttivo. Altro è lo stato in cui i livelli di controllo e di vigilanza si alzano, non ci si permette di sbagliare e ci si impone criteri di impeccabilità. Il perfezionismo è correlato ad un maggior rischio di dipendenza dal lavoro (workhaholic), di essere intossicati dalla prestazione da dare, con sintomi depressivi, di ansia e bassa qualità della vita.

Come guarire dalla smania di eccellenza?

  1. capire prima di tutto quale è il proprio livello di perfezionismo: se evitiamo di invitare amici in casa per non scomporre l’ordine cui teniamo, facciamoci qualche domanda.
  2. capire la ragione del nostro essere perfetti: siamo severi e critici con noi stessi, crediamo di essere accettati solo se siamo senza macchia?
  3. gustare il viaggio che porta alla meta, anziché guardare solo alla meta, all’ideale che ha solo il compito di ispirarci e di stimolarci.
  4. rispettarci e perdonarci gli errori, le mancanze, essere benevoli e anche clementi con noi stessi, anziché giudici ipercritici.
  5. considerare il tempo che dedichiamo ad un solo compito, ripetendo e rifacendo sempre lo stesso lavoro, anziché andare avanti, evitando di fissarsi sui dettagli.
  6. valorizzare ciò che abbiamo già fatto e conseguito, anziché fissare lo sguardo su cosa manca. E considerare che c’è sempre una soluzione, un rimedio all’errore per cui essere proattivi impegnandosi in altro.
  7. delegare affidandosi anche agli altri e facendosi aiutare.
  8. celebrare i successi, le vittorie, i progressi come segno di autostima e giusto autocompiacimento, serve all’umore e serve a riconoscere che ce l’abbiamo fatta, senza farci a fette.
error: Content is protected !!