Archivio per Categoria emozioni

Arrabbiarsi

Chiunque può arrabbiarsi, questo è facile.
Arrabbiarsi con la persona giusta e nel grado giusto e al momento giusto e per lo scopo giusto e nel modo giusto,questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile.

Aristotele

No Panic! Quando fare pace con il proprio panico

A volte gli attacchi di panico e l’ansia rappresentano una sorta di paralisi, di arresto e di blocco.

Non si riesce più a studiare, non si crede più in se stessi, non ci si sente all’altezza del proprio ruolo lavorativo.

Stati di sofferenza, sentimenti di inadeguatezza ci pervadono.

Eppure questi momenti, se ascoltati e non scacciati, se accolti e non rifiutati possono essere il punto di partenza per trovare se stessi e nuove risorse, trovando nel PANICO  un ALLEATO.

E’ possibile entrare in contatto con questa forza interiore insolita e strana, attraverso un percorso di lavoro di consapevolezza, con cui scoprirsi migliori di quanto ci sentiamo.

Perfezionismo: l’arte di farsi a fette

”Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”   (Aristotele)

Tanto tempo fa ho letto un piccolo libro il cui titolo mi è rimasto impresso: Vincere sbagliando. Ma come è possibile? Direbbe chi è artefice e vittima allo stesso tempo della perfezione, dell’essere perfetti.

In effetti si può finire a fette quando l’attenzione all’ordine, alla precisione, al compimento di attività e di obiettivi domina nelle persone che vivono con richieste sempre più elevate e sfide incessanti, al fine di eccellere, conquistare un’immagine positiva e vincente. Queste persone spesso sono insoddisfatte, alla continua ricerca di qualche cosa, per cui c’è sempre da fare qualcosa e si può sempre farlo meglio. Rischiano molto, tanto quanto stimolante e avvincente è la possibilità di perseguire standard elevati (nella vita professionale, nella scuola e negli studi, nelle relazioni sentimentali, nella relazione con se stessi, nello sport). Sono persone che mal sopportano lacune, nei e ombre nel loro operato, errori e insuccessi nella loro prestazione, tanto da essere sempre rivolti con lo sguardo alla meta. Peccato che una volta raggiunta non è così appagante come credevano e quindi si mettono in moto per un altro traguardo.

E così queste persone non finiscono mai, o meglio possono sfinirsi, fino all’esaurimento, senza rendersene conto, quando ormai è troppo tardi e i livelli di stress e di burn out sono tali da sentirsi esausti, privi di energia, bruciati appunti.

Un conto è la tensione e il desiderio di migliorarsi e di progredire, con un atteggiamento costruttivo. Altro è lo stato in cui i livelli di controllo e di vigilanza si alzano, non ci si permette di sbagliare e ci si impone criteri di impeccabilità. Il perfezionismo è correlato ad un maggior rischio di dipendenza dal lavoro (workhaholic), di essere intossicati dalla prestazione da dare, con sintomi depressivi, di ansia e bassa qualità della vita.

Come guarire dalla smania di eccellenza?

  1. capire prima di tutto quale è il proprio livello di perfezionismo: se evitiamo di invitare amici in casa per non scomporre l’ordine cui teniamo, facciamoci qualche domanda.
  2. capire la ragione del nostro essere perfetti: siamo severi e critici con noi stessi, crediamo di essere accettati solo se siamo senza macchia?
  3. gustare il viaggio che porta alla meta, anziché guardare solo alla meta, all’ideale che ha solo il compito di ispirarci e di stimolarci.
  4. rispettarci e perdonarci gli errori, le mancanze, essere benevoli e anche clementi con noi stessi, anziché giudici ipercritici.
  5. considerare il tempo che dedichiamo ad un solo compito, ripetendo e rifacendo sempre lo stesso lavoro, anziché andare avanti, evitando di fissarsi sui dettagli.
  6. valorizzare ciò che abbiamo già fatto e conseguito, anziché fissare lo sguardo su cosa manca. E considerare che c’è sempre una soluzione, un rimedio all’errore per cui essere proattivi impegnandosi in altro.
  7. delegare affidandosi anche agli altri e facendosi aiutare.
  8. celebrare i successi, le vittorie, i progressi come segno di autostima e giusto autocompiacimento, serve all’umore e serve a riconoscere che ce l’abbiamo fatta, senza farci a fette.

Cibo ed emozioni: il potere del comfort food

 

Sempre più si parla di comfort food, di cibo che aiuta a stare meglio e a darci piccoli piaceri quotidiani. Il cibo di per sé ha una funzione vitale, è la risposta alla nostra richiesta di sopravvivenza fisica, tanto da essere alla base della piramide dei bisogni umani. E allora cosa centrano le emozioni?

A livello psicologico il cibo ci fa stare bene perché è un attivatore di emozioni (gioia, disgusto), sensazioni psicofisiche (visive, olfattive, gustative, tattili) e di esperienze sociali (convivialità, socialità). E in alcuni momenti può avere un ruolo compensatorio. Attraverso il cibo e il nutrimento possiamo soddisfare motivazioni e bisogni soggettivi e vivere un’esperienza gratificante e rassicurante.

E ancora. Il cibo è un paradigma dell’ambiente in cui viviamo, in cui agiamo e, quindi, attraverso esso possiamo esplorare il mondo esterno, soddisfare curiosità: assaggiamo la realtà che ci circonda, la afferriamo e la portiamo dentro di noi. Con il cibo scopriamo cose nuove, anche solo osservando come ci relazioniamo ad esso, che tipo di rapporto abbiamo (mangiamo lentamente, ingurgitiamo tutto quello che c’è a disposizione, mangiamo solo certi tipi di alimenti, etc.). Il mangiare quindi è associato alla nostra capacità di “portare dentro” ovvero ci appropriamo del mondo esterno attraverso il cibo e questo ha a che fare con una dimensione ad-gressiva (da adgredior, latino, che significa andare verso, conquistare), edonistica (piacere del cibo) e affettiva (relazione con il care giver, la mamma che ci ha allattato, svezzato, nutrito).

Quando siamo in difficoltà, in ansia, stressati possiamo aumentare la nostra attenzione al cibo, nel senso che più facilmente usiamo il cibo come soluzione al disagio e per questo diviene confortevole. Cerchiamo stimoli nuovi e risposte veloci, proprio come a piccoli morsi mangiamo una tavoletta di cioccolato, il gelato, un sacchetto di patatine, una carota, uno snack, cibi “facili” cioè pronti all’uso. Nei momenti critici (ansia, stress, nervosismo, solitudine) si aprono dispense e frigoriferi alla ricerca di qualcosa, gesto che aiuta a scaricare o a prendere distanza emotiva dalla tensione, facendo un’esperienza rassicurante. Il cibo, infatti, può darci un appagamento veloce e, ad un livello più profondo, mangiando e mordendo facciamo un’azione di successo e di auto-efficacia (sto facendo qualche cosa che mi fa stare bene) così da affrontare quella situazione stressante in un modo migliore. In sostanza, gustando un cibo che per noi è gratificante e ci fa sentire appagati, cambiamo anche la percezione di noi stessi, che diventa positiva.

Attenzione però alle trappole della mente: le donne cedono più spesso al cibo consolatorio (gli uomini si dedicano ad altro, ad esempio facendo sport, andando in palestra per scaricare la tensione) e  si deve fare in modo che il cibo non diventi l’unica via di sfogo. L’atto consolatorio può divenire un gesto e poi un comportamento compulsivo (che non controlliamo più). In questo caso l’effetto sarebbe deleterio: lo stress invece che diminuire aumenterebbe per i sensi di colpa che ne deriverebbero, i cuscinetti e i chili in più che abbassano l’autostima e, nei casi più gravi, il rischio è di sfociare nei disturbi del comportamento alimentare.

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