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Coaching – Il cambiamento sostenibile

Entrare in contatto con i propri sogni libera energia, entusiasmo e passione per la vita: essenziale diventa scoprire e conoscere il proprio sé ideale, la persona che si vorrebbe essere, ciò che si vuole ottenere nella vita e nel lavoro.

In un percorso di coaching il processo di apprendimento è auto diretto: significa modificare le proprie abitudini, cosa di per sé molto faticosa; ogni volta che si devono cambiare il proprio modi di pensare e di agire, si devono rovesciare anni e anni di arredamento sedimentato nei circuiti neurali, costruiti e rinforzati dalle esperienze fatte, dalle ripetizioni e reiterazioni del proprio modo di essere.  Il ruolo del cervello è fondamentale: l’attivazione della corteccia prefrontale sinistra alimenta la speranza e i sentimenti che producono il tono e la motivazione a realizzare noi stessi, spronandoci oltre gli ostacoli. Se ci fissiamo però su ciò che percepiamo come limite, blocco, sfiducia attiviamo l’area prefrontale destra sprofondano in una visione pessimistica e demotivante.

Facciamo però attenzione a concentrarci su ciò che vogliamo veramente essere e non su ciò che dovremmo essere (il sé normativo): il rischio di essere perennemente scontenti di se stessi è alto quando rincorriamo immagini ideali aderenti alle convenzioni del momento o a principi e valori che non ci appartengono, allontanandoci quindi dalla nostra natura e dalla nostra personalità (il sé reale , autentico, in contatto con i sogni e le aspirazioni personali).

Proviamo a fare questo esercizio:

COME SAREMO FRA 15 ANNI

Immaginiamo di essere tra 15 anni in una ipotetica vita ideale: quali persone vediamo intorno a noi? Come è il nostro ambiente? Che sensazioni ci trasmette?
A questo punto immaginiamo una nostra giornata tipo o una settimana tipica, lasciando che l’immagine si sviluppi davanti ai nostri occhi e poi collochiamoci al centro di essa.
Con questa visione di noi stessi, proviamo a tracciare su un foglio, a ruota libera, la descrizione di come saremo tra 15 anni, oppure se lo preferiamo, registriamo la nostra voce narrante questa visione. Questo esercizio di immaginazione del futuro ideale può rivelarsi uno strumento efficacissimo per cogliere le reali possibilità di cambiamento della nostra vita.
(Bibliografia:Essere Leader, D. Goleman, BUR, 2002)

La scoperta della propria infertilità

Un uomo e un donna qualunque sono convinti che quando decideranno, saranno in grado di concepire un bambino e di metterlo al mondo senza alcuno ostacolo. Nessuna ombra e nessun elemento potranno contrastare questo progetto: il bambino nascerà come realizzazione di un pensiero magico, onnipotente, incontrastabile e “facile”. Questo uomo e questa donna danno per scontato che avere un figlio sia un atto naturale e dovuto.

Eppure, cresce in Italia, e non solo, il numero di coppie che incontrano difficoltà alla realizzazione di un evento sì straordinario. Nel 15% dei casi la causa di infertilità rimane ignota, e, per così dire, inspiegata. Alcuni studi hanno evidenziato che eventi emotivi come stress, depressione, ansia possono avere risvolti sulla funzionalità riproduttiva, ma le cause organiche maschili e femminili sono in aumento. Così i progressi della medicina nel campo delle Tecniche di Riproduzione Assistita fanno nascere numerose speranze e possibilità di aggirare l’ostacolo ma occorre tenere conto che un bambino è semplicemente un dono che, verrà solo al momento giusto, se verrà.

Senza dubbio il cammino dell’infertilità è arduo, faticoso e incerto, una sorta di percorso a ostacoli contro il tempo, talvolta contro le proprie idee e i propri valori e che ad un certo punto può anche richiedere un’alzata di “bandiera bianca”. La diagnosi medica getta la terribile sentenza: “siete una coppia infertile; lei ha una astenospermia (spermatozoi lenti), lei ha le tube chiuse….”.

E allora il dubbio su di sé, sulla proprie capacità di essere madre o padre, di non essere all’altezza di questo compito o ancora in continua tensione tra volere essere e non poter essere, possono emergere in primo piano. Paura e ambivalenza del desiderio, capacità di accogliere il vuoto che non si riempie e di stare con l’attesa, il sentimento di vergogna per un corpo inabile, incapace che non funziona e l’invidia per le pance delle altre donne, così feconde e fertili; e ancora la rabbia che cela la profonda tristezza, che in alcuni casi e momenti diventa depressione e l’esperienza di una sorta di “lutto mensile” che si reitera impietoso con ogni ciclo mestruale.

E a questo punto che fare: adottare un bambino, sperare ancora e continuare ad aspettare, ricorrere alla medicina, alla fecondazione assistita, così innaturale… Si apre una riflessione sul superamento del limite, sulla volontà di andare contro natura o contro un destino che sembra aver scelto questa coppia. Perché proprio noi? Diventa dunque importante distinguere e fare chiarezza su vissuti dell’infertilità per potere entrare in contatto con questo messaggio del corpo che è poi un messaggio anche della psiche. E, dunque, l’infertilità è una malattia, oppure una condanna, una colpa? Di certo una sofferenza che va ascoltata e accolta”
(C. D’Orsi: Sara, Elisabetta e Le altre. La femminilità ferita tra desiderio e limite della maternità. Ed. Psiconline 2008)

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