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Contro il superlavoro occorre imparare qualche strategia detox o farsi aiutare da un coach. Il superlavoro (oltre 55 ore alla settimana) manda in overbooking il fisico (problemi cardiaci, somatizzazioni, mal di testa, tensioni muscolo scheletriche, disturbi digestivi, etc) e qualcosa salta anche a livello mentale: si abbassa la concentrazione e il rendimento, non si capisce se si è più stanchi o insoddisfatti, si mangia male e di fretta, si dorme poco, si fa sempre più fatica a staccare e a dire basta, ansia e attacchi di panico sono in agguato.

Si lavora tanto perché è difficile rinunciare alle lodi ricevute per un compito ben svolto, per la gratificazione di aver rispettato la scadenza (una sorta di droga, di dipendenza di cui ci si accorge quando il nostro fisico ad un certo punto fa KO, alza bandiera bianca). Per questo occorre imparare a gestire meglio questa sorta di compulsione a fare, questo comandante a essere perfetti e capaci, per cui si sente l’autostima e la gratificazione solo nel fare, fare, fare. Spesso si tira avanti ostinatamente, sia perchè oggi il lavoro è bene tenerselo stretto, sia perché ci si sente invincibili, sempre giovani e prestanti. Ma, mai trascurare i campanelli d’allarme, perchè il corpo è un saggio: il nostro corpo parla e se non lo ascoltiamo, GRIDA!

Incontro di frequente persone cui consiglio una sorta di detox lavorativo per mollare la presa. C'è bisogno di una buona dose di disciplina e voglia di cambiamento per mettere in pratica qualche semplice suggerimento:

  1. Mettersi in modalità stand by: considerare la calma, il fare una cosa alla volta, coltivare pause e darsi ritmi più lenti come un valore positivo;
  2. Coltivare un po’ di ozio: l’ozio creativo (D. De Masi, sociologo) è fonte di creatività e di generazione di nuove idee;
  3. Prendersi cura di sé e del proprio corpo: dormire, mangiare bene e lentamente, dissetarsi, dedicarsi alle proprie passioni, respirare!
  4. Saper dire di no, delegare e chiedere aiuto: ma ancora più importante è accettare di farsi aiutare, un attacco al proprio narcisismo, “da solo/a non mi basto”;
  5. Fermarsi quando arriva lo stress: fare pausa, negoziare e accordarsi con gli altri, allentare la tensione.

Per non lavorare troppo si deve accettare il limite: questo è il messaggio del corpo attaccato dal troppo lavoro. Ognuno di noi ha un limite e se lo rispettiamo vuol dire che rispettiamo noi stessi e ci amiamo più.

Cosa è

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, ovvero Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari) è un metodo psicoterapeutico che consente di alleviare lo stress e i disturbi causati da esperienze traumatiche.

«Siamo abituati a considerare come traumatici eventi catastrofici quali incidenti, terremoti, perdite traumatiche, abusi sessuali, ma le esperienze traumatiche non sono solo quelle che hanno le caratteristiche di un evento fuori dalla norma  (Isabel Fernandez, Presidente EMDR Italia): Essere stati vittime di bullismo, aver perso precocemente un genitore, aver vissuto con un genitore impaurito perché a sua volta vittima di eventi traumatici nell’infanzia, essere stati a contatto con un genitore depresso o essere stati umiliati da bambini, sono tutte situazioni che, se non elaborate, possono avere un’influenza a lungo termine sul benessere della persona”.

Il cervello è generalmente in grado di elaborare le esperienze in modo costruttivo e senza scatenare alcun tipo di disagio emotivo. Quando i traumi rimangono “congelati”, mantengono le stesse emozioni e sensazioni fisiche che si sono provate al momento dell’evento e non consentono un’elaborazione ecologica e sostenibile per la persona che percepisce qualcosa di irrisolto, un disagio che può manifestarsi con sintomi a livello fisico o psicologico.

L’EMDR è un trattamento utile in moltissimi sintomi: ansia, attacchi di panico, lutto traumatico, disturbi di personalità, disturbi alimentari, disturbi del sonno e tutti i sintomi che portano la persona a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Inoltre l’EMDR può essere utile anche per migliorare le performance in atleti, professionisti, manager o persone che hanno bisogno di aumentare il loro livello di performance, ovvero come tecnica di empowerment e di potenziamento di risorse personale.

Come funziona

Dopo una fase di raccolta della storia di vita della persona ed una fase di preparazione al metodo, il ricordo o i ricordi collegati maggiormente ai sintomi riferiti vengono trattati dallo psicoterapeuta con brevi set di stimolazione bilaterale. Si chiede al paziente di seguire con gli occhi le dita del terapeuta che durante la stimolazione sarà in grado di collegare quel ricordo a reti di memoria più ampie, e sarà anche aiutato, attraverso le varie fasi, ad integrare quell’evento nella sua storia ma a non essere più emotivamente disturbato dal ricordo.

Sembra infatti che i movimenti oculari (o altre stimolazioni bilaterali) comportino l’attivazione di quel meccanismo innato e naturale alla base del sistema di elaborazione dell’informazione e delle esperienze.

Il metodo segue un protocollo ben strutturato che va dalla fase di identificazione delle esperienze traumatiche/disturbanti (all’origine del disagio), fino alla stimolazione e installazione di un cambiamento in positivo.

Di solito la seduta si completa con uno stato di benessere psico-fisico per la persona e nel giro di poche sedute la persona avverte un sollievo del proprio disagio e una risoluzione del sintomo.

 

Che fatica scacciare dalla testa le preoccupazioni, l'ansia dei pensieri negativi! Rimuginare, tornare a pensare a quella persona, a quella frase, a quella cosa che ci è capitata e a chiederci “perché proprio a me”, “cosa avrei potuto dire, fare….” genera stress ed è un consumo inutile di energia mentale e fisica.

Sarebbe meraviglioso avere un interruttore, una APP che spegne la testa o crea una barriera, così ansia, stress e preoccupazioni restano fuori e non attaccano la nostra pace interiore! Dobbiamo creare dentro di noi una sorta di antivirus dei pensieri negativi: 1) scrivere ogni volta quello che ci preoccupa, lasciarlo su un foglio aiuta a svuotare la mente; 2) prendersi pochi minuti di relax, fare una piccola meditazione per stoppare ansie e paure intrusive; 3) prendere distanza da ciò che ci stressa: immaginare quella ansia come un oggetto e cominciarlo a vederlo sempre più piccolo e allontanarsi da noi; 4) usare la macchina del tempo: in uno stato di relax, ricordare le preoccupazioni di un anno fa. “Cosa è che ci tormentava esattamente 365 giorni fa?” Se non le ricordiamo (e allora erano veramente importanti) tra un anno quello che oggi ci stressa non lo ricorderemo; 5) da ultimo come insegna P. Wastlawick, possiamo darci un “appuntamento con le nostre preoccupazioni”: ogni giorno dedichiamo 30 minuti, fissati alla stessa ora e nello stesso luogo, all’incontro con noi stessi, pensando a ciò che ci affligge e che ci fa stare male….. più o meno quello che succede con la psicoterapia…. E si sta davvero meglio!

La fiducia negli altri e avere relazioni positive sono generatori di benessere. Possediamo un antidepressivo naturale, l'ossitocina, che il nostro cervello produce quando abbiamo buone relazioni, affetti positivi o siamo in contatto (come dice la Terapia della Gestalt) con gli altri e ci viene in aiuto in caso di ansia, stress, depressione.

L'ossitocina è l'ormone della felicità, viene per lo più prodotto dalla mamma subito dopo aver partorito il piccolo uomo per favorire l'attaccamento (allattamento al seno). E' l'ormone del trust (della fiducia, del legame affettivo), fondamentale per il nostro benessere, per la nostra serenità, che salda i rapporti interpersonali. Questa scarica chimica si genera anche nel contatto visivo con il nostro partner, con il proprio figlio, con l'amica, con la madre o il padre. Così come in un abbraccio o nell'intimità.

La nostra felicità, quindi, dipende anche dall'avere fiducia, dall'affidarci all'altro, nel credere a persone anche fuori della nostra cerchia. Siamo l'unica specie che si affida ad un estraneo (pensiamo a quando saliamo su un aereo guidato da un perfetto sconosciuto), così come l'unica specie che aggredisce il proprio simile. 

Oggi è sempre più diffusa la diffidenza, così come si tende all'individualismo, e si hanno contatti veloci (il tempo di un sms, di un whatsapp!), si vive a distanza iperconnessi.

Dobbiamo invece dedicarci a creare e curare le nostre amicizie, i nostri affetti, dedicare il tempo anche a chi ha bisogno di aiuto e praticare un pò di altruismo.

L’ EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un trattamento psicoterapeutico scoperto nel 1989 dalla psicologa americana Francine Shapiro (www.emdritalia.it).

E’ un trattamento elettivo per il DPTS (Disturbo da Stress Post Traumatico) generato dall’essere vittime, persone coinvolte in eventi fortemente traumatici (terremoto, incidenti, calamità naturali, disastri, etc). Ha un’alta efficacia di guarigione in diversi disturbi psicologici e in supporto a eventi traumatizzanti (es. lutto, malattia, violenze, perdita della casa).

Trova una valida applicazione nel supportare la donna o la coppia nella esperienza di difficoltà procreativa e durante il percorso di procreazione medicalmente assistita. Attraverso un intervento mirato e specifico,  i vissuti emotivi particolarmente stressanti e pesanti vengono rielaborati grazie alla stimolazione bilaterale svolta dallo psicoterapeuta.

Le emozioni, le convinzioni, le sensazioni legate all'infertilità cominciano così ad assumere una forma più adattativa e funzionale, anziché influire negativamente sullo stile di vita della donna e della coppia togliendo la parte più disturbante e traumatica dell’infertilità e rafforzando le risorse e le strategie di autoefficacia.

Ulteriori benefici si riscontrano nel periodo dell’eventuale gravidanza, quando comincia ad instaurarsi il legame madre-bambino, affinchè questa importante fase sia pulita dagli aspetti negativi (stress, ansia, paura, scoramento, senso di inadeguatezza) sorti durante gli anni di ricerca di un figlio.

Attraverso l’EMDR si può trovare un supporto rilevante anche per elaborare il lutto di una genitorialità/maternità negata, quando la donna e la coppia devono dire basta e accogliere il limite al loro progetto genitoriale.

''Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”   (Aristotele)

Tanto tempo fa ho letto un piccolo libro il cui titolo mi è rimasto impresso: Vincere sbagliando. Ma come è possibile? Direbbe chi è artefice e vittima allo stesso tempo della perfezione, dell'essere perfetti.

In effetti si può finire a fette quando l'attenzione all'ordine, alla precisione, al compimento di attività e di obiettivi domina nelle persone che vivono con richieste sempre più elevate e sfide incessanti, al fine di eccellere, conquistare un'immagine positiva e vincente. Queste persone spesso sono insoddisfatte, alla continua ricerca di qualche cosa, per cui c'è sempre da fare qualcosa e si può sempre farlo meglio. Rischiano molto, tanto quanto stimolante e avvincente è la possibilità di perseguire standard elevati (nella vita professionale, nella scuola e negli studi, nelle relazioni sentimentali, nella relazione con se stessi, nello sport). Sono persone che mal sopportano lacune, nei e ombre nel loro operato, errori e insuccessi nella loro prestazione, tanto da essere sempre rivolti con lo sguardo alla meta. Peccato che una volta raggiunta non è così appagante come credevano e quindi si mettono in moto per un altro traguardo.

E così queste persone non finiscono mai, o meglio possono sfinirsi, fino all'esaurimento, senza rendersene conto, quando ormai è troppo tardi e i livelli di stress e di burn out sono tali da sentirsi esausti, privi di energia, bruciati appunti.

Un conto è la tensione e il desiderio di migliorarsi e di progredire, con un atteggiamento costruttivo. Altro è lo stato in cui i livelli di controllo e di vigilanza si alzano, non ci si permette di sbagliare e ci si impone criteri di impeccabilità. Il perfezionismo è correlato ad un maggior rischio di dipendenza dal lavoro (workhaholic), di essere intossicati dalla prestazione da dare, con sintomi depressivi, di ansia e bassa qualità della vita.

Come guarire dalla smania di eccellenza?

  1. capire prima di tutto quale è il proprio livello di perfezionismo: se evitiamo di invitare amici in casa per non scomporre l'ordine cui teniamo, facciamoci qualche domanda.
  2. capire la ragione del nostro essere perfetti: siamo severi e critici con noi stessi, crediamo di essere accettati solo se siamo senza macchia?
  3. gustare il viaggio che porta alla meta, anziché guardare solo alla meta, all'ideale che ha solo il compito di ispirarci e di stimolarci.
  4. rispettarci e perdonarci gli errori, le mancanze, essere benevoli e anche clementi con noi stessi, anziché giudici ipercritici.
  5. considerare il tempo che dedichiamo ad un solo compito, ripetendo e rifacendo sempre lo stesso lavoro, anziché andare avanti, evitando di fissarsi sui dettagli.
  6. valorizzare ciò che abbiamo già fatto e conseguito, anziché fissare lo sguardo su cosa manca. E considerare che c'è sempre una soluzione, un rimedio all'errore per cui essere proattivi impegnandosi in altro.
  7. delegare affidandosi anche agli altri e facendosi aiutare.
  8. celebrare i successi, le vittorie, i progressi come segno di autostima e giusto autocompiacimento, serve all'umore e serve a riconoscere che ce l'abbiamo fatta, senza farci a fette.

 

Sempre più si parla di comfort food, di cibo che aiuta a stare meglio e a darci piccoli piaceri quotidiani. Il cibo di per sé ha una funzione vitale, è la risposta alla nostra richiesta di sopravvivenza fisica, tanto da essere alla base della piramide dei bisogni umani. E allora cosa centrano le emozioni?

A livello psicologico il cibo ci fa stare bene perché è un attivatore di emozioni (gioia, disgusto), sensazioni psicofisiche (visive, olfattive, gustative, tattili) e di esperienze sociali (convivialità, socialità). E in alcuni momenti può avere un ruolo compensatorio. Attraverso il cibo e il nutrimento possiamo soddisfare motivazioni e bisogni soggettivi e vivere un'esperienza gratificante e rassicurante.

E ancora. Il cibo è un paradigma dell'ambiente in cui viviamo, in cui agiamo e, quindi, attraverso esso possiamo esplorare il mondo esterno, soddisfare curiosità: assaggiamo la realtà che ci circonda, la afferriamo e la portiamo dentro di noi. Con il cibo scopriamo cose nuove, anche solo osservando come ci relazioniamo ad esso, che tipo di rapporto abbiamo (mangiamo lentamente, ingurgitiamo tutto quello che c'è a disposizione, mangiamo solo certi tipi di alimenti, etc.). Il mangiare quindi è associato alla nostra capacità di “portare dentro” ovvero ci appropriamo del mondo esterno attraverso il cibo e questo ha a che fare con una dimensione ad-gressiva (da adgredior, latino, che significa andare verso, conquistare), edonistica (piacere del cibo) e affettiva (relazione con il care giver, la mamma che ci ha allattato, svezzato, nutrito).

Quando siamo in difficoltà, in ansia, stressati possiamo aumentare la nostra attenzione al cibo, nel senso che più facilmente usiamo il cibo come soluzione al disagio e per questo diviene confortevole. Cerchiamo stimoli nuovi e risposte veloci, proprio come a piccoli morsi mangiamo una tavoletta di cioccolato, il gelato, un sacchetto di patatine, una carota, uno snack, cibi “facili” cioè pronti all’uso. Nei momenti critici (ansia, stress, nervosismo, solitudine) si aprono dispense e frigoriferi alla ricerca di qualcosa, gesto che aiuta a scaricare o a prendere distanza emotiva dalla tensione, facendo un'esperienza rassicurante. Il cibo, infatti, può darci un appagamento veloce e, ad un livello più profondo, mangiando e mordendo facciamo un’azione di successo e di auto-efficacia (sto facendo qualche cosa che mi fa stare bene) così da affrontare quella situazione stressante in un modo migliore. In sostanza, gustando un cibo che per noi è gratificante e ci fa sentire appagati, cambiamo anche la percezione di noi stessi, che diventa positiva.

Attenzione però alle trappole della mente: le donne cedono più spesso al cibo consolatorio (gli uomini si dedicano ad altro, ad esempio facendo sport, andando in palestra per scaricare la tensione) e  si deve fare in modo che il cibo non diventi l’unica via di sfogo. L’atto consolatorio può divenire un gesto e poi un comportamento compulsivo (che non controlliamo più). In questo caso l’effetto sarebbe deleterio: lo stress invece che diminuire aumenterebbe per i sensi di colpa che ne deriverebbero, i cuscinetti e i chili in più che abbassano l’autostima e, nei casi più gravi, il rischio è di sfociare nei disturbi del comportamento alimentare.

Implicazioni e vissuti psicologici dell’infertilità

Volere un figlio

  • • La genitorialità e la famiglia sono un valore primario a livello individuale e sociale.
  • • Sposarsi, fondare una famiglia, avere dei figli frutto dell’amore, perché c’è un legame indissolubile tra l'atto sessuale e l' atto procreativo, è da sempre “naturale” e dato come funzione a-priori.

Il fattore C: La Coppia

Quando una coppia comincia a fantasticare un bambino le barriere anticoncezionali così come le barriere psicologiche si allentano: significa avere il coraggio di spostare lo sguardo da se stessi verso un’altra vita, un’altra esistenza che è quella della coppia ma anche del nascituro.

 

Concepire un figlio

  • Da un punto di vista psicologico il passaggio da coppia a progettualità genitoriale è parte di quel processo maturativo ed evolutivo che coinvolge l’affettività e la sessualità di due persone.
  • Processo di co-creazione e quindi di apertura all’Altro, come fonte di arricchimento e di crescita, in un rapporto di reciproco scambio, di tolleranza e riconoscimento della diversità.
  • Il termine genitorialità, quindi, non coinvolge solo l’essere genitori reali ma è uno spazio affettivo-relazionale che fa parte dello sviluppo di ogni persona.

Il fattore G: la Generatività

  • La generatività indica la capacità di guardare al futuro dando alla luce dei figli e curandoli adeguatamente.
  • L’adulto  affronta  una fase di trasformazione superando l’opposta tendenza alla stagnazione.
  • Divenire GENITORI modifica il punto di vista con il quale si guarda al futuro con progettualità, responsabilità e orizzonti diversi: niente sarà più come prima.
  • Una nuova organizzazione personale accanto ad un radicale mutamento di prospettiva; la possibilità di acquisire nuove competenze che durano tutta la vita.

GENITORI 2.0:
Bisogno? Desiderio? Diritto?

Nella società post-moderna è sempre più un diritto:  «Essere mamma non è un mestiere, non è nemmeno un dovere: è solo un diritto tra tanti diritti»  (O. Fallaci) perché  si può fare l' amore “senza fare figli” e  perché i progressi della scienza e della medicina consentono di dissociare la procreazione dalla sessualità: anche le coppie sterili e omosessuali possono oggi avere dei figli.

La figura del genitore non è più monolitica. Le forme di genitorialità sono le più complesse, ne esistono di tutti i tipi:

… Genitori naturali.

… Genitori single.

… Genitori biologici.

… Genitori adottivi.

… Genitori eterosessuali.

… Genitori omosessuali.

… Genitori acquisiti

 

Il fattore H: la diagnosi di infertilità

  • Una diagnosi di infertilità fa sfumare le proprie aspettative, mette in crisi il sistema di valori, costringe a ridefinire il proprio progetto di vita e richiede una riorganizzazione a livello psicologico, sociale erelazionale per la coppia e per il singolo.
  • Tale diagnosi richiede un’attenzione oltre gli aspetti fisico-corporei: l’infertilità da un punto di vista psicologico è una “crisi di vita” (Menning, 1975) e una reale ferita narcisistica, il Sè va in frantumi.
  • Gli equilibri precostituiti devono essere rivisti alla ricerca di un nuovo adattamento esistenziale e di percorsi e possibilità alternativi.

Infertilità = caos emotivo

  • Il desiderio di maternità  dopo anni di infertilità e di ripetuti fallimenti può assumere nuove forme: il sentimento verso questo bimbo mai arrivato si complica e diviene confuso, ambiguo. Lo voglio/nonlo voglio. Mutano le emozioni e le intenzioni… vorrei solo uscire da un tunnel, tutto gira intorno ad un vuoto e non so più se voglio questo… posso anche essere contenta se non arriva questo figlio, così mi godrò finalmente una vacanza con mio marito…quasi come se il figlio in sé passasse in secondo piano.
  • Maternità ottenute dopo lunghe attese possono essere vissute in modo “depressivo”: donne esauste ed esaurite della propria energia e dei propri entusiasmi, donne da rinfrancare e da rinforzare oltremodo nella adeguatezza e capacità di essere “madri sufficientemente buone”, perchè hanno un imprinting di essere donne “sbagliate”.

Infertilità = caos identitario

  • Esperienza fortemente stressante dal punto di vista emotivo con ripercussioni sull’identità soggettiva, sull’autostima, sulla percezione del proprio corpo, provocando senso d’inferiorità, depressione e ansia.
  • Le reazioni emotive più frequenti sono: shock, negazione, incredulità, vergogna. Profondo senso di inadeguatezza e invidia verso chi è in attesa o ha avuto un figlio, bisogno di sapere e capire le ragioni: perché io, perché noi?
  • Atteggiamenti di rabbia e frustrazione di fronte al limite, collera e angoscia, isolamento relazionale. Ansia e “ossessione” nella ricerca di azioni risolutive (cure mediche, consulti, cicli di PMA).

Infertilità al femminile

Ramo secco

Difettosità

Vuoto

Menomazione

Vergogna

Diversità dalle altre donne

Punizione

Paura di non essere normali

Rabbia

Indegnità

Senso di colpa

Handicap

Essere incapace

Inadeguatezza

Invidia

Tristezza

Lacrime

Disconferma del proprio ruolo sociale

Senso di ingiustizia

Infertilit♂: pensieri e emozioni al maschile

L’uomo sembra controllare bene questa situazione, con la frequente convinzione che, quasi appellandosi ad una sorta di onnipotenza psicologica, tutto con il tempo si risolverà, tutto andrà bene, scotomizzando così il dolore interiore relativo al lutto della mancata “spermatogenesi” e della funzione procreativa, trasformando la rabbia in una forma di autodeterminazione sugli eventi.

Sullo sfondo parlano significati plurimi:

  • fallimento e impotenza dell’immagine maschile circa la stessa virilità, intrecciando erroneamente impotenza fisica con infertilità
  • timore del giudizio può generare una forte ansia, unito a stress e sfiducia in se stesso
  • senso di colpa verso di sé e verso la partner: l’uomo nella coppia infertile può sentirsi inutile, in un sistema di cura che lo mette sullo sfondo, fuori dagli studi medici e poco coinvolto nelle terapie farmacologiche.

Senza un figlio, cosa siamo?

  • L’infertilità può rendere  la coppia “miope” sulla propria evoluzione.
  • Si parla di “quasi-adulti” che hanno il compito di elaborare il lutto di tale perdita e  comprendere un percorso verso la “non genitorialità”,  facendo emergere «nuove virtù e forze vitali».
  • Capire cosa si desidera, cosa si è disposti a fare come individui e come coppia, cosa si è disposti ad accettare dal partner e cosa si è disposti a chiedere e a sostenere diviene condizione necessaria per le scelte da intraprendere in funzione di una serena e soddisfacente qualità della vita.

Concepire al freddo

 

Cercare aiuto nella medicina: l’infertilità è una malattia e la  PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) assume il significato di una terapia se non vi sono altri trattamenti efficaci per rimuoverne le cause

La PMA per molte coppie e per lunghi periodi costituisce l’unico strumento accettabile perché possa accadere di divenire genitori. Significa però una riflessione rispetto a ciò che si reputa giusto, importante e lecito che coinvolge l’individuo, la coppia e il contesto familiare e sociale.

La PMA vissuta come un’esigenza quando la coppia è mossa dal desiderio del figlio “a tutti i costi” e i tentativi si susseguono quasi senza soluzione di continuità

TRA: tecniche riproduzione artificiale

 

Dalla PMA alla PPA:

la procreazione psicologicamente assistita

Prendersi cura della Infertilità significa occuparsi del paziente infertile nella sua interezza e totalità di essere umano, fisico, psicologico, sociale, etico, legale.

 

Non voglio parole, voglio un figlio: parole TABU’

  •  Avete bisogno di una vacanza, fate un viaggio
  •  Potete sempre adottare un bambino
  •  Quando smetti di pensarci, vedrai che arriva
  •  I figli sono solo problemi
  •  Goditi la vita di coppia, che quando avrai un figlio lo rimpiangerai
  •  Signora, perché non ci ha pensato prima

Medico e psicologo: un lavoro di équipe

 La legge 40/2004 specifica la presenza dello psicologo nel backstage della PMA.

  •  Contenere e gestire le implicazioni psicologiche della infertilità
  •  Fare una valutazione psicosociale delle capacità e delle competenze di coping della coppia
  •  Indagare anche problematiche psicologiche legate alla infertilità, sia esse cause sia esse effetti/conseguenze.
  •  Sostenere la coppia di fronte all’insuccesso, orientarla verso altre opportunità genitoriali.
  •  Sostenere il passaggio psichico da donna infertile a madre, laddove esiti la gravidanza, e favorire il processo di attaccamento tra madre e nascituro.

L’aiuto psicologico

  •  L’infertilità è uno stressor cronico, incontrollabile (Steward e Blazer, 1986; McEwan, Costello, Taylor, 1987; Dunkel-Schetter et al., 1991; Leiblum, 1997).
  •  Il caos emotivo e psicologico è alto nella fase iniziale (diagnosi): confusione, frenesia di trovare un perché, una ragione, agire, agire, più che pensare.
  •  Le persone vogliono prima di tutto sapere, avere informazioni e conoscenze, sapere cosa c’è che non va, avere informazioni (libretti e filmati, counseling telefonico, es. nr verde della provincia di Milano, FORUM, COMMUNITY DI ASPIRANTI GENITORI, mondo della rete)
  • L’arousal psico-motorio attivato dalla diagnosi trova una diminuzione quando la coppia comincia a sottoporsi alle indagine “invasive” e prime cure: speranza, ottimismo. Il fare placa l’ansia.

Quale forma di aiuto ?

  •  Il supporto psicologico utile e “cercato” sembra quello mirato a sostenere la situazione di stress ed ad alleviare il sintomo ansioso-depressivo.
  •  Minore è il ricorso ad una psicoterapia mirata ad un processo di cambiamento, anche se studi ne confermano gli effetti positivi in sincronia con la PMA (de Liz e Strauss, 2005, Ragni et al. 2010).
  • • Il supporto psicosociale e la psicoeducazione risultano validi sostegni.
  • • I gruppi di self-help sono un “contenitore affettivo” e offrono occasioni di confronto e di condivisione rispetto ad un’esperienza difficile da raccontare e da mostrare; come una cassa di risonanza, fanno sentire meno diversi, più compresi e meno soli.

Quando e cosa sostenere ?

 Fase del dubbio e riconoscimento di un problema di infertilità:

  • Educazione e preparazione alla variabile imprevista: 1+1 non fa 3. L’infertilità accade, esiste e i due partner vanno sensibilizzati, soprattutto se il progetto filiale comincia in una età “critica”.  Intervento psico-educativo e “esame di realtà”.

Fase del fare: esami, consultazioni mediche:

  • Valutazione psicosociale (salute psichica del partner e della relazione di coppia), valutazione delle capacità di coping, preparazione emotiva ai trattamenti e risultati diagnostici.

Fase della cura medica, la coppia al Centro PMA:

  • Supporto per esprimere emozioni, pensieri e sentimenti i più complessi e ambivalenti (speranza, ottimismo, entusiasmo, paure, convinzioni limitanti, rappresentazioni psichiche della PMA): è un concepimento artificiale e non naturale, è il medico che fa tutto, che insemina?;
  •  E' un percorso tortuoso e tormentato, nell’ignoto e nell’impreparato.
  • Sensibilizzazione al rischio riproduttivo: l’infertilità è una malattia che ha ripercussioni ostetriche, secondo le ricerche mediche: > gravidanze a rischio (es. preeclampsia), > parti pre-termine, > morte intrauterina, > gravidanze gemellari.
Fase della scelta della tecnica e del trattamento:
  • La coppia decide solo in parte, affidandosi al medico per il trattamento che “assicuri” il maggiore successo.elemento critico è l’età cronologica e la cronicità della infertilità.
  •  Aiuto nell’accettare la scelta medica (es. eterologa, ICSI, ovodonazione, nr di cicli) e nell’analizzare le alternative.
  •  Espressione dei sentimenti legati a intrusione nello spazio psichico-fisico della scienza, il terzo “incomodo” e elaborazione dei sentimenti di passività, impotenza, “delega coatta”, dipendenza e frustrazione.
Fase dell’attesa dei risultati e della decisione di smettere:
  • Preparazione al risultato, aiuto nella gestione dello stress, sostegno alla frustrazione e alla resilienza della coppia (è soprattutto in questa fase che arrivano in terapia)
  •  Counseling per elaborazione del lutto. ri-progettare una vita di coppia childness (senza figli), elaborando il lutto della mancata genitorialità e degli investimenti e proiezioni maturate dai due “adulti”.
  • Aiuto nella scelta decisionale: ripensare il percorso identitario, perché il percorso psico-evolutivo ha incontrato una battuta di arresto; solo razionalmente è comprensibile un’esistenza soddisfacente e    pienamente realizzata  childfree, per cui non si ha bisogno di una maternità (soprattutto la donna) per definirsi.
  • Dire basta: decidere di smettere può portare ad un aumento del senso di colpa per non aver fatto abbastanza. 

Dire basta non è facile…

  •  Gradualmente nel tempo è diventato più accettabile rimanere senza figli, nonostante per la coppia, la mancata genitorialità, resti un’esperienza dolorosa
  • Decidere di smettere può portare la coppia ad aumentare il proprio senso di colpa per non aver fatto abbastanza
  • E' importante allora aiutare la coppia a ripercorrere tutto ciò che ha fatto per avere un figlio, da quanti anni ha tentato, quanti esami, quante stimolazioni, quanti cicli di fecondazione assistita
  • Ripercorrere le tappe di questo percorso può essere doloroso, ma aiuta a prendere coscienza di quanto si è fatto, che si è fatto tutto il possibile
  • Questo processo porta con se tristezza e rabbia, ma aiuta la coppia a riprendere il possesso della propria vita e a dargli un nuovo senso

BIBLIOGRAFIA

C. D’Orsi

Sara, Elisabetta e le Altre. La femminilità ferita tra desiderio e limite della maternità, Ed. Psiconline, 2008

L. Lombardi, S. De Zordo

La procreazione medicalmente assistita e le sue sfide. Generi, tecnologie e disuguaglianze, FA, 2013

Contributi: Ileana Alesso, Simona Capurso, Elisabetta Chelo, Walter Costantini, Cristiana D'Orsi, Chiara Labadini, Francesca Lariccia, Milena Marchesi, Antonio Maturo, Letizia Parolari, Antonella Piga, Antonella Pinnelli, Martha Ramirez Galvez, Giulia Zanin

I.Tilmant

Il coraggio della scelta. Riflessioni sulla maternità, De Agostini, 2009

S. Nucini

È la vita che sceglie. Non bisogna fare un figlio per essere madre, Mondadori, 2010

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