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Sempre più di frequente leggo articoli, libri che parlano del metodo per essere felici (antidepressivi).  Mi sembra un buon modo di fare psicologia positiva, ovvero di cambiare punto di vista e prospettiva per parlare di depressione, tristezza, paura, insicurezza.

Quando abbiamo delle buone relazioni, degli affetti positivi, siamo in contatto (come dice la Terapia della Gestalt) dentro di noi si produce l'ormone della felicità, cioè l'ossitocina, quello che la mamma produce subito dopo aver partorito il piccolo uomo per favorire l'attaccamento (allattamento al seno). E' l'ormone del trust (della fiducia, del legame affettivo), fondamentale per il nostro benessere, per la nostra serenità, che salda i rapporti interpersonali. Questa scarica chimica si genera nel contatto visivo con il nostro partner, con il proprio figlio, con l'amica, con la madre o il padre. Così come in un abbraccio o nell'intimità.

La nostra felicità, quindi, dipende anche dalle nostre relazioni, dall'avere fiducia, dall'affidarci all'altro, nel credere a persone anche fuori della nostra cerchia. In effetti siamo l'unica specie che si affida ad un estraneo, così come l'unica specie che aggredisce il proprio simile.Oggi è sempre più diffusa la diffidenza, l'individualismo, l'istantaneità del contatto (il tempo di un sms, di un watsapp!), la distanza. Dobbiamo invece dedicarci a creare e curare le nostre amicizie, i nostri affetti, dedicare il tempo anche a chi ha bisogno di aiuto e praticare un pò di altruismo.

L’ EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un trattamento psicoterapeutico scoperto nel 1989 dalla psicologa americana Francine Shapiro (www.emdritalia.it).

E’ un trattamento elettivo per il DPTS (Disturbo da Stress Post Traumatico) generato dall’essere vittime, persone coinvolte in eventi fortemente traumatici (terremoto, incidenti, calamità naturali, disastri, etc). Ha un’alta efficacia di guarigione in diversi disturbi psicologici e in supporto a eventi traumatizzanti (es. lutto, malattia, violenze, perdita della casa).

Trova una valida applicazione nel supportare la donna o la coppia nella esperienza di difficoltà procreativa e durante il percorso di procreazione medicalmente assistita. Attraverso un intervento mirato e specifico,  i vissuti emotivi particolarmente stressanti e pesanti vengono rielaborati grazie alla stimolazione bilaterale svolta dallo psicoterapeuta.

Le emozioni, le convinzioni, le sensazioni legate all'infertilità cominciano così ad assumere una forma più adattativa e funzionale, anziché influire negativamente sullo stile di vita della donna e della coppia togliendo la parte più disturbante e traumatica dell’infertilità e rafforzando le risorse e le strategie di autoefficacia.

Ulteriori benefici si riscontrano nel periodo dell’eventuale gravidanza, quando comincia ad instaurarsi il legame madre-bambino, affinchè questa importante fase sia pulita dagli aspetti negativi (stress, ansia, paura, scoramento, senso di inadeguatezza) sorti durante gli anni di ricerca di un figlio.

Attraverso l’EMDR si può trovare un supporto rilevante anche per elaborare il lutto di una genitorialità/maternità negata, quando la donna e la coppia devono dire basta e accogliere il limite al loro progetto genitoriale.

''Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”   (Aristotele)

Tanto tempo fa ho letto un piccolo libro il cui titolo mi è rimasto impresso: Vincere sbagliando. Ma come è possibile? Direbbe chi è artefice e vittima allo stesso tempo della perfezione, dell'essere perfetti.

In effetti si può finire a fette quando l'attenzione all'ordine, alla precisione, al compimento di attività e di obiettivi domina nelle persone che vivono con richieste sempre più elevate e sfide incessanti, al fine di eccellere, conquistare un'immagine positiva e vincente. Queste persone spesso sono insoddisfatte, alla continua ricerca di qualche cosa, per cui c'è sempre da fare qualcosa e si può sempre farlo meglio. Rischiano molto, tanto quanto stimolante e avvincente è la possibilità di perseguire standard elevati (nella vita professionale, nella scuola e negli studi, nelle relazioni sentimentali, nella relazione con se stessi, nello sport). Sono persone che mal sopportano lacune, nei e ombre nel loro operato, errori e insuccessi nella loro prestazione, tanto da essere sempre rivolti con lo sguardo alla meta. Peccato che una volta raggiunta non è così appagante come credevano e quindi si mettono in moto per un altro traguardo.

E così queste persone non finiscono mai, o meglio possono sfinirsi, fino all'esaurimento, senza rendersene conto, quando ormai è troppo tardi e i livelli di stress e di burn out sono tali da sentirsi esausti, privi di energia, bruciati appunti.

Un conto è la tensione e il desiderio di migliorarsi e di progredire, con un atteggiamento costruttivo. Altro è lo stato in cui i livelli di controllo e di vigilanza si alzano, non ci si permette di sbagliare e ci si impone criteri di impeccabilità. Il perfezionismo è correlato ad un maggior rischio di dipendenza dal lavoro (workhaholic), di essere intossicati dalla prestazione da dare, con sintomi depressivi, di ansia e bassa qualità della vita.

Come guarire dalla smania di eccellenza?

  1. capire prima di tutto quale è il proprio livello di perfezionismo: se evitiamo di invitare amici in casa per non scomporre l'ordine cui teniamo, facciamoci qualche domanda.
  2. capire la ragione del nostro essere perfetti: siamo severi e critici con noi stessi, crediamo di essere accettati solo se siamo senza macchia?
  3. gustare il viaggio che porta alla meta, anziché guardare solo alla meta, all'ideale che ha solo il compito di ispirarci e di stimolarci.
  4. rispettarci e perdonarci gli errori, le mancanze, essere benevoli e anche clementi con noi stessi, anziché giudici ipercritici.
  5. considerare il tempo che dedichiamo ad un solo compito, ripetendo e rifacendo sempre lo stesso lavoro, anziché andare avanti, evitando di fissarsi sui dettagli.
  6. valorizzare ciò che abbiamo già fatto e conseguito, anziché fissare lo sguardo su cosa manca. E considerare che c'è sempre una soluzione, un rimedio all'errore per cui essere proattivi impegnandosi in altro.
  7. delegare affidandosi anche agli altri e facendosi aiutare.
  8. celebrare i successi, le vittorie, i progressi come segno di autostima e giusto autocompiacimento, serve all'umore e serve a riconoscere che ce l'abbiamo fatta, senza farci a fette.

 

Sempre più si parla di comfort food, di cibo che aiuta a stare meglio e a darci piccoli piaceri quotidiani. Il cibo di per sé ha una funzione vitale, è la risposta alla nostra richiesta di sopravvivenza fisica, tanto da essere alla base della piramide dei bisogni umani. E allora cosa centrano le emozioni?

A livello psicologico il cibo ci fa stare bene perché è un attivatore di emozioni (gioia, disgusto), sensazioni psicofisiche (visive, olfattive, gustative, tattili) e di esperienze sociali (convivialità, socialità). E in alcuni momenti può avere un ruolo compensatorio. Attraverso il cibo e il nutrimento possiamo soddisfare motivazioni e bisogni soggettivi e vivere un'esperienza gratificante e rassicurante.

E ancora. Il cibo è un paradigma dell'ambiente in cui viviamo, in cui agiamo e, quindi, attraverso esso possiamo esplorare il mondo esterno, soddisfare curiosità: assaggiamo la realtà che ci circonda, la afferriamo e la portiamo dentro di noi. Con il cibo scopriamo cose nuove, anche solo osservando come ci relazioniamo ad esso, che tipo di rapporto abbiamo (mangiamo lentamente, ingurgitiamo tutto quello che c'è a disposizione, mangiamo solo certi tipi di alimenti, etc.). Il mangiare quindi è associato alla nostra capacità di “portare dentro” ovvero ci appropriamo del mondo esterno attraverso il cibo e questo ha a che fare con una dimensione ad-gressiva (da adgredior, latino, che significa andare verso, conquistare), edonistica (piacere del cibo) e affettiva (relazione con il care giver, la mamma che ci ha allattato, svezzato, nutrito).

Quando siamo in difficoltà, in ansia, stressati possiamo aumentare la nostra attenzione al cibo, nel senso che più facilmente usiamo il cibo come soluzione al disagio e per questo diviene confortevole. Cerchiamo stimoli nuovi e risposte veloci, proprio come a piccoli morsi mangiamo una tavoletta di cioccolato, il gelato, un sacchetto di patatine, una carota, uno snack, cibi “facili” cioè pronti all’uso. Nei momenti critici (ansia, stress, nervosismo, solitudine) si aprono dispense e frigoriferi alla ricerca di qualcosa, gesto che aiuta a scaricare o a prendere distanza emotiva dalla tensione, facendo un'esperienza rassicurante. Il cibo, infatti, può darci un appagamento veloce e, ad un livello più profondo, mangiando e mordendo facciamo un’azione di successo e di auto-efficacia (sto facendo qualche cosa che mi fa stare bene) così da affrontare quella situazione stressante in un modo migliore. In sostanza, gustando un cibo che per noi è gratificante e ci fa sentire appagati, cambiamo anche la percezione di noi stessi, che diventa positiva.

Attenzione però alle trappole della mente: le donne cedono più spesso al cibo consolatorio (gli uomini si dedicano ad altro, ad esempio facendo sport, andando in palestra per scaricare la tensione) e  si deve fare in modo che il cibo non diventi l’unica via di sfogo. L’atto consolatorio può divenire un gesto e poi un comportamento compulsivo (che non controlliamo più). In questo caso l’effetto sarebbe deleterio: lo stress invece che diminuire aumenterebbe per i sensi di colpa che ne deriverebbero, i cuscinetti e i chili in più che abbassano l’autostima e, nei casi più gravi, il rischio è di sfociare nei disturbi del comportamento alimentare.

Implicazioni e vissuti psicologici dell’infertilità

Volere un figlio

  • • La genitorialità e la famiglia sono un valore primario a livello individuale e sociale.
  • • Sposarsi, fondare una famiglia, avere dei figli frutto dell’amore, perché c’è un legame indissolubile tra l'atto sessuale e l' atto procreativo, è da sempre “naturale” e dato come funzione a-priori.

Il fattore C: La Coppia

Quando una coppia comincia a fantasticare un bambino le barriere anticoncezionali così come le barriere psicologiche si allentano: significa avere il coraggio di spostare lo sguardo da se stessi verso un’altra vita, un’altra esistenza che è quella della coppia ma anche del nascituro.

 

Concepire un figlio

  • Da un punto di vista psicologico il passaggio da coppia a progettualità genitoriale è parte di quel processo maturativo ed evolutivo che coinvolge l’affettività e la sessualità di due persone.
  • Processo di co-creazione e quindi di apertura all’Altro, come fonte di arricchimento e di crescita, in un rapporto di reciproco scambio, di tolleranza e riconoscimento della diversità.
  • Il termine genitorialità, quindi, non coinvolge solo l’essere genitori reali ma è uno spazio affettivo-relazionale che fa parte dello sviluppo di ogni persona.

Il fattore G: la Generatività

  • La generatività indica la capacità di guardare al futuro dando alla luce dei figli e curandoli adeguatamente.
  • L’adulto  affronta  una fase di trasformazione superando l’opposta tendenza alla stagnazione.
  • Divenire GENITORI modifica il punto di vista con il quale si guarda al futuro con progettualità, responsabilità e orizzonti diversi: niente sarà più come prima.
  • Una nuova organizzazione personale accanto ad un radicale mutamento di prospettiva; la possibilità di acquisire nuove competenze che durano tutta la vita.

GENITORI 2.0:
Bisogno? Desiderio? Diritto?

Nella società post-moderna è sempre più un diritto:  «Essere mamma non è un mestiere, non è nemmeno un dovere: è solo un diritto tra tanti diritti»  (O. Fallaci) perché  si può fare l' amore “senza fare figli” e  perché i progressi della scienza e della medicina consentono di dissociare la procreazione dalla sessualità: anche le coppie sterili e omosessuali possono oggi avere dei figli.

La figura del genitore non è più monolitica. Le forme di genitorialità sono le più complesse, ne esistono di tutti i tipi:

… Genitori naturali.

… Genitori single.

… Genitori biologici.

… Genitori adottivi.

… Genitori eterosessuali.

… Genitori omosessuali.

… Genitori acquisiti

 

Il fattore H: la diagnosi di infertilità

  • Una diagnosi di infertilità fa sfumare le proprie aspettative, mette in crisi il sistema di valori, costringe a ridefinire il proprio progetto di vita e richiede una riorganizzazione a livello psicologico, sociale erelazionale per la coppia e per il singolo.
  • Tale diagnosi richiede un’attenzione oltre gli aspetti fisico-corporei: l’infertilità da un punto di vista psicologico è una “crisi di vita” (Menning, 1975) e una reale ferita narcisistica, il Sè va in frantumi.
  • Gli equilibri precostituiti devono essere rivisti alla ricerca di un nuovo adattamento esistenziale e di percorsi e possibilità alternativi.

Infertilità = caos emotivo

  • Il desiderio di maternità  dopo anni di infertilità e di ripetuti fallimenti può assumere nuove forme: il sentimento verso questo bimbo mai arrivato si complica e diviene confuso, ambiguo. Lo voglio/nonlo voglio. Mutano le emozioni e le intenzioni… vorrei solo uscire da un tunnel, tutto gira intorno ad un vuoto e non so più se voglio questo… posso anche essere contenta se non arriva questo figlio, così mi godrò finalmente una vacanza con mio marito…quasi come se il figlio in sé passasse in secondo piano.
  • Maternità ottenute dopo lunghe attese possono essere vissute in modo “depressivo”: donne esauste ed esaurite della propria energia e dei propri entusiasmi, donne da rinfrancare e da rinforzare oltremodo nella adeguatezza e capacità di essere “madri sufficientemente buone”, perchè hanno un imprinting di essere donne “sbagliate”.

Infertilità = caos identitario

  • Esperienza fortemente stressante dal punto di vista emotivo con ripercussioni sull’identità soggettiva, sull’autostima, sulla percezione del proprio corpo, provocando senso d’inferiorità, depressione e ansia.
  • Le reazioni emotive più frequenti sono: shock, negazione, incredulità, vergogna. Profondo senso di inadeguatezza e invidia verso chi è in attesa o ha avuto un figlio, bisogno di sapere e capire le ragioni: perché io, perché noi?
  • Atteggiamenti di rabbia e frustrazione di fronte al limite, collera e angoscia, isolamento relazionale. Ansia e “ossessione” nella ricerca di azioni risolutive (cure mediche, consulti, cicli di PMA).

Infertilità al femminile

Ramo secco

Difettosità

Vuoto

Menomazione

Vergogna

Diversità dalle altre donne

Punizione

Paura di non essere normali

Rabbia

Indegnità

Senso di colpa

Handicap

Essere incapace

Inadeguatezza

Invidia

Tristezza

Lacrime

Disconferma del proprio ruolo sociale

Senso di ingiustizia

Infertilit♂: pensieri e emozioni al maschile

L’uomo sembra controllare bene questa situazione, con la frequente convinzione che, quasi appellandosi ad una sorta di onnipotenza psicologica, tutto con il tempo si risolverà, tutto andrà bene, scotomizzando così il dolore interiore relativo al lutto della mancata “spermatogenesi” e della funzione procreativa, trasformando la rabbia in una forma di autodeterminazione sugli eventi.

Sullo sfondo parlano significati plurimi:

  • fallimento e impotenza dell’immagine maschile circa la stessa virilità, intrecciando erroneamente impotenza fisica con infertilità
  • timore del giudizio può generare una forte ansia, unito a stress e sfiducia in se stesso
  • senso di colpa verso di sé e verso la partner: l’uomo nella coppia infertile può sentirsi inutile, in un sistema di cura che lo mette sullo sfondo, fuori dagli studi medici e poco coinvolto nelle terapie farmacologiche.

Senza un figlio, cosa siamo?

  • L’infertilità può rendere  la coppia “miope” sulla propria evoluzione.
  • Si parla di “quasi-adulti” che hanno il compito di elaborare il lutto di tale perdita e  comprendere un percorso verso la “non genitorialità”,  facendo emergere «nuove virtù e forze vitali».
  • Capire cosa si desidera, cosa si è disposti a fare come individui e come coppia, cosa si è disposti ad accettare dal partner e cosa si è disposti a chiedere e a sostenere diviene condizione necessaria per le scelte da intraprendere in funzione di una serena e soddisfacente qualità della vita.

Concepire al freddo

 

Cercare aiuto nella medicina: l’infertilità è una malattia e la  PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) assume il significato di una terapia se non vi sono altri trattamenti efficaci per rimuoverne le cause

La PMA per molte coppie e per lunghi periodi costituisce l’unico strumento accettabile perché possa accadere di divenire genitori. Significa però una riflessione rispetto a ciò che si reputa giusto, importante e lecito che coinvolge l’individuo, la coppia e il contesto familiare e sociale.

La PMA vissuta come un’esigenza quando la coppia è mossa dal desiderio del figlio “a tutti i costi” e i tentativi si susseguono quasi senza soluzione di continuità

TRA: tecniche riproduzione artificiale

 

Dalla PMA alla PPA:

la procreazione psicologicamente assistita

Prendersi cura della Infertilità significa occuparsi del paziente infertile nella sua interezza e totalità di essere umano, fisico, psicologico, sociale, etico, legale.

 

Non voglio parole, voglio un figlio: parole TABU’

  •  Avete bisogno di una vacanza, fate un viaggio
  •  Potete sempre adottare un bambino
  •  Quando smetti di pensarci, vedrai che arriva
  •  I figli sono solo problemi
  •  Goditi la vita di coppia, che quando avrai un figlio lo rimpiangerai
  •  Signora, perché non ci ha pensato prima

Medico e psicologo: un lavoro di équipe

 La legge 40/2004 specifica la presenza dello psicologo nel backstage della PMA.

  •  Contenere e gestire le implicazioni psicologiche della infertilità
  •  Fare una valutazione psicosociale delle capacità e delle competenze di coping della coppia
  •  Indagare anche problematiche psicologiche legate alla infertilità, sia esse cause sia esse effetti/conseguenze.
  •  Sostenere la coppia di fronte all’insuccesso, orientarla verso altre opportunità genitoriali.
  •  Sostenere il passaggio psichico da donna infertile a madre, laddove esiti la gravidanza, e favorire il processo di attaccamento tra madre e nascituro.

L’aiuto psicologico

  •  L’infertilità è uno stressor cronico, incontrollabile (Steward e Blazer, 1986; McEwan, Costello, Taylor, 1987; Dunkel-Schetter et al., 1991; Leiblum, 1997).
  •  Il caos emotivo e psicologico è alto nella fase iniziale (diagnosi): confusione, frenesia di trovare un perché, una ragione, agire, agire, più che pensare.
  •  Le persone vogliono prima di tutto sapere, avere informazioni e conoscenze, sapere cosa c’è che non va, avere informazioni (libretti e filmati, counseling telefonico, es. nr verde della provincia di Milano, FORUM, COMMUNITY DI ASPIRANTI GENITORI, mondo della rete)
  • L’arousal psico-motorio attivato dalla diagnosi trova una diminuzione quando la coppia comincia a sottoporsi alle indagine “invasive” e prime cure: speranza, ottimismo. Il fare placa l’ansia.

Quale forma di aiuto ?

  •  Il supporto psicologico utile e “cercato” sembra quello mirato a sostenere la situazione di stress ed ad alleviare il sintomo ansioso-depressivo.
  •  Minore è il ricorso ad una psicoterapia mirata ad un processo di cambiamento, anche se studi ne confermano gli effetti positivi in sincronia con la PMA (de Liz e Strauss, 2005, Ragni et al. 2010).
  • • Il supporto psicosociale e la psicoeducazione risultano validi sostegni.
  • • I gruppi di self-help sono un “contenitore affettivo” e offrono occasioni di confronto e di condivisione rispetto ad un’esperienza difficile da raccontare e da mostrare; come una cassa di risonanza, fanno sentire meno diversi, più compresi e meno soli.

Quando e cosa sostenere ?

 Fase del dubbio e riconoscimento di un problema di infertilità:

  • Educazione e preparazione alla variabile imprevista: 1+1 non fa 3. L’infertilità accade, esiste e i due partner vanno sensibilizzati, soprattutto se il progetto filiale comincia in una età “critica”.  Intervento psico-educativo e “esame di realtà”.

Fase del fare: esami, consultazioni mediche:

  • Valutazione psicosociale (salute psichica del partner e della relazione di coppia), valutazione delle capacità di coping, preparazione emotiva ai trattamenti e risultati diagnostici.

Fase della cura medica, la coppia al Centro PMA:

  • Supporto per esprimere emozioni, pensieri e sentimenti i più complessi e ambivalenti (speranza, ottimismo, entusiasmo, paure, convinzioni limitanti, rappresentazioni psichiche della PMA): è un concepimento artificiale e non naturale, è il medico che fa tutto, che insemina?;
  •  E' un percorso tortuoso e tormentato, nell’ignoto e nell’impreparato.
  • Sensibilizzazione al rischio riproduttivo: l’infertilità è una malattia che ha ripercussioni ostetriche, secondo le ricerche mediche: > gravidanze a rischio (es. preeclampsia), > parti pre-termine, > morte intrauterina, > gravidanze gemellari.
Fase della scelta della tecnica e del trattamento:
  • La coppia decide solo in parte, affidandosi al medico per il trattamento che “assicuri” il maggiore successo.elemento critico è l’età cronologica e la cronicità della infertilità.
  •  Aiuto nell’accettare la scelta medica (es. eterologa, ICSI, ovodonazione, nr di cicli) e nell’analizzare le alternative.
  •  Espressione dei sentimenti legati a intrusione nello spazio psichico-fisico della scienza, il terzo “incomodo” e elaborazione dei sentimenti di passività, impotenza, “delega coatta”, dipendenza e frustrazione.
Fase dell’attesa dei risultati e della decisione di smettere:
  • Preparazione al risultato, aiuto nella gestione dello stress, sostegno alla frustrazione e alla resilienza della coppia (è soprattutto in questa fase che arrivano in terapia)
  •  Counseling per elaborazione del lutto. ri-progettare una vita di coppia childness (senza figli), elaborando il lutto della mancata genitorialità e degli investimenti e proiezioni maturate dai due “adulti”.
  • Aiuto nella scelta decisionale: ripensare il percorso identitario, perché il percorso psico-evolutivo ha incontrato una battuta di arresto; solo razionalmente è comprensibile un’esistenza soddisfacente e    pienamente realizzata  childfree, per cui non si ha bisogno di una maternità (soprattutto la donna) per definirsi.
  • Dire basta: decidere di smettere può portare ad un aumento del senso di colpa per non aver fatto abbastanza. 

Dire basta non è facile…

  •  Gradualmente nel tempo è diventato più accettabile rimanere senza figli, nonostante per la coppia, la mancata genitorialità, resti un’esperienza dolorosa
  • Decidere di smettere può portare la coppia ad aumentare il proprio senso di colpa per non aver fatto abbastanza
  • E' importante allora aiutare la coppia a ripercorrere tutto ciò che ha fatto per avere un figlio, da quanti anni ha tentato, quanti esami, quante stimolazioni, quanti cicli di fecondazione assistita
  • Ripercorrere le tappe di questo percorso può essere doloroso, ma aiuta a prendere coscienza di quanto si è fatto, che si è fatto tutto il possibile
  • Questo processo porta con se tristezza e rabbia, ma aiuta la coppia a riprendere il possesso della propria vita e a dargli un nuovo senso

BIBLIOGRAFIA

C. D’Orsi

Sara, Elisabetta e le Altre. La femminilità ferita tra desiderio e limite della maternità, Ed. Psiconline, 2008

L. Lombardi, S. De Zordo

La procreazione medicalmente assistita e le sue sfide. Generi, tecnologie e disuguaglianze, FA, 2013

Contributi: Ileana Alesso, Simona Capurso, Elisabetta Chelo, Walter Costantini, Cristiana D'Orsi, Chiara Labadini, Francesca Lariccia, Milena Marchesi, Antonio Maturo, Letizia Parolari, Antonella Piga, Antonella Pinnelli, Martha Ramirez Galvez, Giulia Zanin

I.Tilmant

Il coraggio della scelta. Riflessioni sulla maternità, De Agostini, 2009

S. Nucini

È la vita che sceglie. Non bisogna fare un figlio per essere madre, Mondadori, 2010

 

Un figlio è un passo importante del processo di costruzione dell'identità femminile. E' fonte di gioia, di rinnovamento, di realizzazione, al tempo stesso genera un evento stressogeno elevato, che chiede capacità di adattamento e di autoregolazione perchè venga vissuto nella sua naturalità. Scombina gli equilibri relazionali della coppia, sposta l'attenzione e il focus della cura, irrompe nei tempi di azione e nei "rituali" della coniugalità e la coppia, se non protetta, può divenire l'anello debole del nuovo sistema familiare.
Riuscire quindi a essere donna e non solo una mamma è fondamentale. La società post- moderna consente alla donna un vasto repertorio di opportunità di realizzazione e di espressione della propria funzione; se prima il benessere personale poteva coincidere con il benessere della famiglia, l'attuale donna-mamma ha un compito più arduo: assemblare una molteplicità di esigenze e di bisogni, la dimensione materna, il ruolo coniugale, la cura del proprio corpo e dello spirito, la manutenzione di legami amicali e sociali, il lavoro e il tempo libero. Questo quotidiano gioco ad incastriè delicato e complesso, soprattutto se la donna ha parametri di soddisfazione e di appagamento elevati e richiede creatività e tanto senso pratico. E' anche vero che come donne post- moderne possiamo chiederci fin troppo, una sorta di "aspirazione a ottenere tutto" che può generare la crisi. Essere a posto con se stesse, madri competenti e serene, donne sentimentalmente appagate e amate, professioniste stimate, femmine attraenti e in buona salute psicofisica è la dimensione dell'ideale. Sul piano di realtà queste richieste spesso entrano in conflitto e in antitesi e il più delle volte comportano delle rinunce.
L'importante è fare piccole cose e una per volta. Prima di tutto, è fondamentale abbassare le aspettative di "perfezione" su di sè e ricordarsi che come dice D. Winnicot occorre possedere la capacità di essere una "madre sufficientemente buona". Organizzarsi, delegare e gestire le risorse è altrettanto utile: se ci sono nonni/e, mariti, amiche, familiari disposti e disponibili a occuparsi dei nostri piccoli, delle commissioni e della spesa, lasciare fare, lasciarsi aiutare. Non si può fare tutto. Evitare i sensi di colpa: concedersi una passeggiata, la lettura di un giornale o di un libro, una doccia vera e fatta con calma, l'ora di fitness o di pilates, la mostra di Raffaello, brevi pause con se stesse, dove fare nulla, da segnare in agenda. Così si ritrovano momenti di ben-essere che fanno tornare alla famiglia e al ruolo di madre e moglie, con un respiro più ampio e leggero.... perchè in tutto queste fare, manca il fiato.
Anche la coppia e il rapporto con il marito e partner ne risentono. Ricordare che prima di tutto c'era la coppia, da cui è iniziato tutto. Lo spazio dove si realizzavano i nostri desideri: cene romantiche, viaggi avventura o vacanze rilassanti, interessi culturali e ricreativi, dialoghi e conversazioni, sesso e coccole. Il coniuge e il compagno sono parte della salute psichica della donna così come sono partecipi dello sviluppo psico-affettivo del bambino. Sono le donne che devono tutelare e conservare questo luogo affettivo e l'intesa, talvolta vincendo la stanchezza e le troppe cose da fare. Una mamma, una donna appagata è una mamma positiva per il proprio figlio; una coppia di genitori in accordo e unita è gioia e sicurezza per un bambino.
E come fare con il proprio piccolo? Prendersi un tempo senza di lui e non tutto per lui? Per un bambino tutto può essere un gioco, nonchè un apprendimento: mentre apparecchiamo la tavola dai 2/3 anni in poi possiamo coinvolgerlo, assegnandoli piccole responsabilità; lo stesso vale quando dobbiamo caricare la lavatrice o ritirare il bucato: colori, grandezze, tessuti, sensazioni tattili sono esplorate dal bambino anche in queste occasioni. E’ fondamentale mettere il proprio piccolo in condizioni di sicurezza e proporgli attività adeguate all'età, e per questo non ansiogene ma stimolanti il processo di crescita e di autonomizzazione. Crescendo lui, aumenterà il nostro spazio e tempo libero dal piccolo e recuperiamo la nostra identità.

Cristiana D’Orsi
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