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Roma, 9 gen. Dire.it Agenzia di Stampa Nazionale
- Mentre si discute del calo delle nascite in Italia (12mila in meno nel 2016 rispetto al 2015 e quasi 100mila in meno negli ultimi otto anni secondo l'Istat) e delle possibili cause, esiste una realta' altrettanto importante, costituita da coloro che ricorrono ai trattamenti di Pma (Procreazione medicalmente assistita) per potere avere un figlio. Se da un lato circa l'1,8% delle donne italiane senza figli dichiara di non volerne avere, dall'altro migliaia di coppie ritengono solo piu' opportuno posticipare una gravidanza per attendere la stabilita' familiare, economica e professionale. Un dato che si scontra, pero', con il fattore biologico: il tasso di fertilita' mensile nelle donne di 30 anni con rapporti regolari e' del 20% per ciclo, mentre nelle donne oltre i 40 anni e' del 5% per ciclo. A questo si aggiungono le lungaggini che entrano in gioco nel momento in cui si decide di affidarsi ad un aiuto medico: le coppie che cercano una gravidanza nel Paese intraprendono un autentico percorso a ostacoli. L'attesa arriva fino a otto anni, soprattutto per l'eterologa. Spesso la causa e' da imputare a meccanismi normativi e burocratici polverosi, altre volte alla scarsa disponibilita' di strutture, ma in molti altri casi e' soprattutto la mancanza di informazione a vanificare i tentativi di genitorialita'. Parte da queste considerazioni la campagna di sensibilizzazione promossa da Institut Marques, clinica internazionale specializzata nella Procreazione Medicalmente Assistita, che si rivolge ai pazienti con lo scopo di aiutarli ad orientarsi per facilitare e accelerare l'accesso alle tecniche di Pma. "Le difficolta' che le coppie incontrano non dipendono sempre o solo dall'eta' in cui iniziano a desiderare un bambino- spiega la dottoressa Federica Moffa, specialista in Riproduzione Assistita di Institut Marque's Italia- Nel moderno contesto socioculturale, soprattutto nel nostro Paese, non deve stupire che una donna inizi a cercare un figlio a 34 anni. Altro discorso e' se, tra dubbi e confusioni, pellegrinaggi tra diversi specialisti e liste d'attesa infinite, si finisce con l'arrivare al trattamento alla soglia dei 40". Il 'tempo per un figlio' stimato dal Censis nell'indagine sulla fertilita'/infertilita' in Italia, restituisce uno spaccato gravoso ma parziale: 3,9 sono solo gli anni che intercorrono tra i primi dubbi sulla difficolta' di ottenere una gravidanza e l'arrivo in un centro di Procreazione Assistita. Ma il percorso non termina qui. La media degli italiani matura una sterilita' di lunga evoluzione passando dai 4 agli 8 anni per cercare una gravidanza dentro e fuori dal loro Paese, arrivando a realizzare fino a 6 cicli previ. Nei casi piu' critici, l'attesa va dagli 8 ai 16 anni con 15 trattamenti previ. Un fenomeno che si traduce nei numeri che il ministero della Salute ha diffuso nella Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 40/2004: le coppie italiane che si sono affidate alla Pma nel 2015 erano 74.292, per un totale di 95.110 cicli avviati ma solo 12.836 portati con successo fino alla nascita, il 2,6% delle nascite totali del 2015. Si stima che solo la meta' delle donne che non raggiungono una gravidanza naturalmente chieda aiuto e solo il 22% riceva cure mediche. Le ragioni principali di questa situazione sono economiche, morali e religiose. Per questi motivi, spesso, la tendenza generale e' accettare la situazione e rifiutare i trattamenti medici. Tra i fattori che influiscono su questa scelta c'e' anche la mancanza dell'appoggio familiare o, piu' semplicemente, il desiderio di nascondere il problema. Uno studio di Institut Marque's dimostra infatti che piu' del 70% delle italiane considera che la sterilita' nel Belpaese sia un tabu' e la vive in un contesto avverso. Il 2018 sara' il 40esimo anniversario dalla nascita di Louise Brown, la prima bambina nata grazie alla Pma. Oggi le conoscenze mediche e l'expertise dei centri hanno raggiunto un livello che solo pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza ma, paradossalmente, cio' che fatica a crescere e' il grado di conoscenza e di consapevolezza su questi trattamenti: il percorso verso la Pma risulta meno impervio rispetto al passato, ma persiste una resistenza frutto di scarsa informazione e molti luoghi comuni sulla questione. (Wel/ Dire)

 

Sempre più si parla di comfort food, di cibo che aiuta a stare meglio e a darci piccoli piaceri quotidiani. Il cibo di per sé ha una funzione vitale, è la risposta alla nostra richiesta di sopravvivenza fisica, tanto da essere alla base della piramide dei bisogni umani. E allora cosa centrano le emozioni?

A livello psicologico il cibo ci fa stare bene perché è un attivatore di emozioni (gioia, disgusto), sensazioni psicofisiche (visive, olfattive, gustative, tattili) e di esperienze sociali (convivialità, socialità). E in alcuni momenti può avere un ruolo compensatorio. Attraverso il cibo e il nutrimento possiamo soddisfare motivazioni e bisogni soggettivi e vivere un'esperienza gratificante e rassicurante.

E ancora. Il cibo è un paradigma dell'ambiente in cui viviamo, in cui agiamo e, quindi, attraverso esso possiamo esplorare il mondo esterno, soddisfare curiosità: assaggiamo la realtà che ci circonda, la afferriamo e la portiamo dentro di noi. Con il cibo scopriamo cose nuove, anche solo osservando come ci relazioniamo ad esso, che tipo di rapporto abbiamo (mangiamo lentamente, ingurgitiamo tutto quello che c'è a disposizione, mangiamo solo certi tipi di alimenti, etc.). Il mangiare quindi è associato alla nostra capacità di “portare dentro” ovvero ci appropriamo del mondo esterno attraverso il cibo e questo ha a che fare con una dimensione ad-gressiva (da adgredior, latino, che significa andare verso, conquistare), edonistica (piacere del cibo) e affettiva (relazione con il care giver, la mamma che ci ha allattato, svezzato, nutrito).

Quando siamo in difficoltà, in ansia, stressati possiamo aumentare la nostra attenzione al cibo, nel senso che più facilmente usiamo il cibo come soluzione al disagio e per questo diviene confortevole. Cerchiamo stimoli nuovi e risposte veloci, proprio come a piccoli morsi mangiamo una tavoletta di cioccolato, il gelato, un sacchetto di patatine, una carota, uno snack, cibi “facili” cioè pronti all’uso. Nei momenti critici (ansia, stress, nervosismo, solitudine) si aprono dispense e frigoriferi alla ricerca di qualcosa, gesto che aiuta a scaricare o a prendere distanza emotiva dalla tensione, facendo un'esperienza rassicurante. Il cibo, infatti, può darci un appagamento veloce e, ad un livello più profondo, mangiando e mordendo facciamo un’azione di successo e di auto-efficacia (sto facendo qualche cosa che mi fa stare bene) così da affrontare quella situazione stressante in un modo migliore. In sostanza, gustando un cibo che per noi è gratificante e ci fa sentire appagati, cambiamo anche la percezione di noi stessi, che diventa positiva.

Attenzione però alle trappole della mente: le donne cedono più spesso al cibo consolatorio (gli uomini si dedicano ad altro, ad esempio facendo sport, andando in palestra per scaricare la tensione) e  si deve fare in modo che il cibo non diventi l’unica via di sfogo. L’atto consolatorio può divenire un gesto e poi un comportamento compulsivo (che non controlliamo più). In questo caso l’effetto sarebbe deleterio: lo stress invece che diminuire aumenterebbe per i sensi di colpa che ne deriverebbero, i cuscinetti e i chili in più che abbassano l’autostima e, nei casi più gravi, il rischio è di sfociare nei disturbi del comportamento alimentare.

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