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“….Accade a molti professionisti, a tanti dirigenti d'azienda: soprattutto se hanno avuto successo. Arrivati a una certa età, e a un certo punto della carriera, si trascinano appresso un carico pesante, e non vogliono lasciare nulla…..Se l'autostima è proporzionale al numero di consigli direttivi, tuttavia, abbiamo un problema. E' come se avessimo bisogno delle prove di aver vissuto (professionalmente, e non solo). Ma l'accumulo di vecchie prove non è compatibile con la ricerca di nuove idee. Cure? Una sola: fare meno cose e farle meglio. Dare tempo all'imprevisto e spazio alle novità. Se le giornate sono troppo piene, e il cervello segna sempre «occupato» è difficile che l'ispirazione trovi accoglienza…. Non è un caso che le idee migliori ci vengano in bagno al mattino, sotto la doccia, pedalando o correndo. Sono i momenti in cui non telefoniamo, controlliamo, chiamiamo, clicchiamo, sollecitiamo o rispondiamo: affinché la modica quantità di adrenalina così prodotta ci convinca di non essere inutili, e non aver buttato la giornata”.

(da un articolo breve di Beppe Severgnini)

Contro il superlavoro occorre imparare qualche strategia detox o farsi aiutare da un coach. Il superlavoro (oltre 55 ore alla settimana) manda in overbooking il fisico (problemi cardiaci, somatizzazioni, mal di testa, tensioni muscolo scheletriche, disturbi digestivi, etc) e qualcosa salta anche a livello mentale: si abbassa la concentrazione e il rendimento, non si capisce se si è più stanchi o insoddisfatti, si mangia male e di fretta, si dorme poco, si fa sempre più fatica a staccare e a dire basta, ansia e attacchi di panico sono in agguato.

Si lavora tanto perché è difficile rinunciare alle lodi ricevute per un compito ben svolto, per la gratificazione di aver rispettato la scadenza (una sorta di droga, di dipendenza di cui ci si accorge quando il nostro fisico ad un certo punto fa KO, alza bandiera bianca). Per questo occorre imparare a gestire meglio questa sorta di compulsione a fare, questo comandante a essere perfetti e capaci, per cui si sente l’autostima e la gratificazione solo nel fare, fare, fare. Spesso si tira avanti ostinatamente, sia perchè oggi il lavoro è bene tenerselo stretto, sia perché ci si sente invincibili, sempre giovani e prestanti. Ma, mai trascurare i campanelli d’allarme, perchè il corpo è un saggio: il nostro corpo parla e se non lo ascoltiamo, GRIDA!

Incontro di frequente persone cui consiglio una sorta di detox lavorativo per mollare la presa. C'è bisogno di una buona dose di disciplina e voglia di cambiamento per mettere in pratica qualche semplice suggerimento:

  1. Mettersi in modalità stand by: considerare la calma, il fare una cosa alla volta, coltivare pause e darsi ritmi più lenti come un valore positivo;
  2. Coltivare un po’ di ozio: l’ozio creativo (D. De Masi, sociologo) è fonte di creatività e di generazione di nuove idee;
  3. Prendersi cura di sé e del proprio corpo: dormire, mangiare bene e lentamente, dissetarsi, dedicarsi alle proprie passioni, respirare!
  4. Saper dire di no, delegare e chiedere aiuto: ma ancora più importante è accettare di farsi aiutare, un attacco al proprio narcisismo, “da solo/a non mi basto”;
  5. Fermarsi quando arriva lo stress: fare pausa, negoziare e accordarsi con gli altri, allentare la tensione.

Per non lavorare troppo si deve accettare il limite: questo è il messaggio del corpo attaccato dal troppo lavoro. Ognuno di noi ha un limite e se lo rispettiamo vuol dire che rispettiamo noi stessi e ci amiamo più.

«La felicità è legata al sistema gratificazione-frustrazione» spiega Vittorino Andreoli, tra i più autorevoli e stimati psichiatri italiani, «un meccanismo comune a tutte le specie viventi e fondamentale per la sopravvivenza. Essere gratificati significa essere apprezzati e mostrarsi vincenti davanti agli altri. La frustrazione, al contrario, è una disposizione d'animo che si avverte di fronte a un fallimento. Per sopravvivere, Darwin insegna, bisogna essere vincenti: essere felici vuol dire, in quel determinato momento, essere vincente.
La depressione (ovvero un continuo stato di frustrazione) porta invece spesso al suicidio e quindi all'auto-annientamento».

 

La felicità non sembra apparentemente legata a una necessità di sopravvivenza. Un atteggiamento positivo ci permette di osservare la realtà con occhi più attenti, e cogliere particolari che quando siamo un po' giù ci sfuggono da sotto il naso. Essere felici ne porta anche uno più "concreto". Gli irriducibili del buonumore sembrerebbero infatti più capaci di far fronte ai malanni di stagione perché dotati di migliori difese immunitarie. Ma come si può spiegare l'effetto benefico della felicità sulla salute? «Questo fenomeno è legato a due meccanismi» spiega Vittorino Andreoli, psichiatra e scrittore, «il primo consiste nella produzione di endorfine, il "linguaggio biologico" che si accompagna al sentimento del piacere: se ne bloccassimo la produzione, saremmo freddi, incapaci di provare piacere e felicità. Il secondo prende spunto da un famoso esperimento degli anni Sessanta, in cui è emerso che le donne che avevano subito un lutto sviluppavano tumori al seno con frequenza superiore rispetto a donne che non l'avevano subito. I sentimenti quindi agiscono sul sistema immunitario, che oltre a vigilare contro gli agenti infettivi, è addetto anche alla moltiplicazione cellulare (essenziale per lo sviluppo di masse tumorali). Una persona felice va incontro in maniera minore a malattie somatiche e difende così la salute dell'organismo, che risponde con uno stato di benessere generale. Si instaura insomma, una sorta di "circolo virtuoso. «Un atteggiamento positivo è in un certo senso un segnale evolutivo che ci informa a livello subconscio che la situazione che stiamo vivendo è sicura e priva di pericoli». Se una gravidanza all'insegna del buonumore influisce positivamente sulla salute del feto (e al contrario, ansia e depressione facilitano il passaggio del cortisolo, l'ormone dello stress, attraverso la placenta rallentando lo sviluppo cerebrale del nascituro).

Esercizio quotidiano
La felicità si può "allenare", proprio come i muscoli in palestra. In un recente esperimento Barbara Fredrickson dell'Università del North Carolina ha sottoposto un gruppo di volontari a un training quotidiano di meditazione incentrato sul pensare positivamente a uno dei propri cari, per poi estendere progressivamente quei sentimenti positivi a persone alle quali non ci si sente altrettanto vicini. Dopo un periodo di 7 settimane (con un allenamento quotidiano di qualche minuto) i partecipanti hanno dimostrato di aver raggiunto livelli più alti di gioia, speranza, gratitudine, e anche migliori relazioni con gli altri rispetto al gruppo di controllo. Questi cambiamenti positivi sono continuati per alcuni giorni anche dopo la fine della terapia. La felcità è nel sangue e nel cuore: Chi si dichiara "più felice" presenta anche livelli più bassi di cortisolo (un ormone associato a disturbi come l'ipertensione) e una migliore salute cardiovascolare (battito cardiaco più lento, minori rischi di problemi alle coronarie). Lo studio sembrerebbe insomma confermare scientificamente quello che dicevano i nostri nonni: se sei felice stai anche bene di salute, e viceversa. (fonte: Focus, 2010)

Entrare in contatto con i propri sogni libera energia, entusiasmo e passione per la vita: essenziale diventa scoprire e conoscere il proprio sé ideale, la persona che si vorrebbe essere, ciò che si vuole ottenere nella vita e nel lavoro.

In un percorso di coaching il processo di apprendimento è auto diretto: significa modificare le proprie abitudini, cosa di per sé molto faticosa; ogni volta che si devono cambiare il proprio modi di pensare e di agire, si devono rovesciare anni e anni di arredamento sedimentato nei circuiti neurali, costruiti e rinforzati dalle esperienze fatte, dalle ripetizioni e reiterazioni del proprio modo di essere.  Il ruolo del cervello è fondamentale: l’attivazione della corteccia prefrontale sinistra alimenta la speranza e i sentimenti che producono il tono e la motivazione a realizzare noi stessi, spronandoci oltre gli ostacoli. Se ci fissiamo però su ciò che percepiamo come limite, blocco, sfiducia attiviamo l’area prefrontale destra sprofondano in una visione pessimistica e demotivante.

Facciamo però attenzione a concentrarci su ciò che vogliamo veramente essere e non su ciò che dovremmo essere (il sé normativo): il rischio di essere perennemente scontenti di se stessi è alto quando rincorriamo immagini ideali aderenti alle convenzioni del momento o a principi e valori che non ci appartengono, allontanandoci quindi dalla nostra natura e dalla nostra personalità (il sé reale , autentico, in contatto con i sogni e le aspirazioni personali).

Proviamo a fare questo esercizio:

COME SAREMO FRA 15 ANNI

Immaginiamo di essere tra 15 anni in una ipotetica vita ideale: quali persone vediamo intorno a noi? Come è il nostro ambiente? Che sensazioni ci trasmette?
A questo punto immaginiamo una nostra giornata tipo o una settimana tipica, lasciando che l’immagine si sviluppi davanti ai nostri occhi e poi collochiamoci al centro di essa.
Con questa visione di noi stessi, proviamo a tracciare su un foglio, a ruota libera, la descrizione di come saremo tra 15 anni, oppure se lo preferiamo, registriamo la nostra voce narrante questa visione. Questo esercizio di immaginazione del futuro ideale può rivelarsi uno strumento efficacissimo per cogliere le reali possibilità di cambiamento della nostra vita.
(Bibliografia:Essere Leader, D. Goleman, BUR, 2002)

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