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Finalmente è arrivata l'estate!

Le persone d'estate si lamentano del caldo, delle zanzare, dei lunghi mesi di vacanze in cui i figli non vanno a scuola e in qualche modo "si devono sistemare".

Sembra il tanto desiderato periodo di “stacco” dalla routine quotidiana, il premio dopo un anno di lavoro, non sia solo un periodo positivo e sereno.

Esiste uno stress da estate, non solo lo stress da rientro.

Le vacanze tanto sospirate perchè sinonimo di relax, sole, mare o montagna, amici, più tempo da dedicare a se stessi e ai propri hobby, possono deludere le aspettative (effetto capodanno).

D’estate la pressione sociale è più forte e se gli altri sono fuori a divertirsi l’idea di stare in casa da soli non fa che amplificare il senso di isolamento.

Gli ansiosi, disorientati, si trovano di fronte all’eccesso di tempo libero che devono gestire, e anche questo diventa una minaccia, un vuoto da riempire come se si trattasse di una prestazione.

I perfezionisti trasferiscono a questo periodo lo stesso schema di organizzazione e di precisione, facendo diventare la vacanza un tour de force.

Chi soffre di disturbi dell'umore, nonostante la vita all'aria aperta, il sole, cibi più freschi e nutritivi, ritmi di vita meno frenetici, può essere più sensibile a sentimenti di solitudine, attacchi di panico, sensazioni euforiche e impulsività, aggressività.

Il nostro cervello subisce molto l’influenza di fattori come la temperatura, il tasso di umidità e la durata dell’esposizione alla luce.

Per questo consiglio:

  • agli ansiosi di prendersi momenti di vero relax, camminare, praticare esercizi di respirazione e di semplice meditazione, osservando godendo di quello che c'è, sia da un balcone di casa, dove una leggera brezza allegerisce l'animo, sia sotto un ombrellone dove distinguere, tra gli schiamazzi, il rumore del mare;
  • ai perfezionisti di lasciarsi andare, dimenticarsi un oggetto (che poi non fa la differenza della vacanza) o improvvisare una breve gita, una visita o una serata un pò fuori dagli schemi (abbandonando la propria zona confort);
  • agli umorali cercare e stare in compagnia, scambiare due chiacchiere con il vicino di asciugamano o incontrato sulla strada di montagna;
  • a tutti, a chiunque abbandonare smartphone, tablet e social e fare qualche cosa di nuovo, imparare o apprendere una nuova capacità, uno sport, un passatempo, leggere un buon libro, bere un buon vino, vedere l'alba, sognare al tramonto, ridere, parlare, cantare, ballare, giocare, riposare.

L'estate è la stagione della vitalità, del cambiamento, del pieno contatto della vita dove possiamo tutti fare nuove esperienze reali e non virtuali.

Buona estate e buone vacanze a tutti!

  1. presta attenzione al dialogo interiore: "come staresti con un'amico/a che ti critica continuamente?". Giudicarsi con troppa durezza accorcia la vita, accende lo stress
  2. contrasta il perfezionismo: avere un SII PERFETTO, è un'auto-tortura. Non fustigarti per gli sbagli. 
  3. impara a perdonarti: avere pietà e compassione di sè fa addirittura più, per il benessere psicofisco, di dieta e palestra.
  4. seleziona con cura chi frequenti e chi segui sui social: un famoso coach americano sostiene che noi siamo la media delle 5 persone che maggiormente frequentiamo!
  5. circondati di persone che a loro volta vogliono migliorarsi, che vogliono il meglio per se stessi dalla vita
  6. riduci critiche e paragoni: servono solo a farci sentire peggio; meglio chiedersi cosa fare oggi per avere domani un corpo, un comportamento, una capacità tanto desiderata!
  7. chiedi aiuto ad un professionista: uno psicologo se il malessere è profondo o di lunga data, un counselor per ottenere un cambiamento veloce, un nutrizionista per perdere quei kg di troppo
  8. circondati di buoni amici e buoni affetti
  9. accetta e godi dei complimenti che ricevi
  10. allo specchio... sorriditi!

(da Monografie di Gestalt, aprile 2017)

Il termine “competenza” deriva dal verbo latino competere, (da cum e petere) , cioè chiedere, dirigersi a” che significa convergere verso un medesimo punto, ossia “mirare a un obiettivo comune”, nonché “finire insieme, incontrarsi, corrispondere, coincidere e gareggiare”.

Di qualcuno si dice che è competente, quando ha autorità in un certo ambito, o è individuo responsabile, autorizzato, qualificato e quindi abilitato ad agire in modo congruo e appropriato (Cortellazzo e Zolli, 1983).

Competente è dunque chi agisce in maniera deliberata e responsabile.

La Comunità Europea utilizza il concetto di competenze professionali per stabilire gli standard formativi di quella professione e per differenziare una professione da un’altra. Nel caso della psicoterapia il profilo di competenze è la descrizione di una serie di dimensioni utilizzate in un certo grado a seconda dei momenti. Il profilo delle competenze va letto tenendo presente sullo sfondo il codice etico e deontologico della propria professione, non dimenticando mai che quest’ultimo è normativo, mentre il profilo di competenze è solamente descrittivo.

Ciò che contraddistingue lo psicoterapeuta della Gestalt (pdG) è la capacità di:

  • saper essere presenti come supporto, cassa di risonanza, guida, risorsa umana, più che come uno psicoterapeuta che impartisce un trattamento;
  • adottare un linguaggio che sia familiare al paziente;
  • spiegare nel modo opportuno ogni concetto, intervento o dinamica;
  • essere coerente, disponibile all’ascolto e supportivo;
  • essere empatico e capace di interesse;
  • accogliere le difficoltà e discutere come possano essere affrontate in modo
    adeguato;
  • mantenere una presenza psicoterapeutica appropriata in ogni momento;
  • sollecitare sempre il feedback del paziente e discutere il processo ed il progresso delle sessioni;
  • saper essere presenti in modo non direttivo: lasciare al paziente tempo e spazio per decidere cosa sia più adatto a lui;
  • favorire, piuttosto che condurre, il passo e la direzione del processo;
  •  rispettare il progresso compiuto fino a quel momento, piuttosto che focalizzare la mancanza di miglioramento;

Il processo terapeutico della Gestalt segue la Teoria paradossale del cambiamento: il cambiamento avviene quando un individuo diventa ciò
che è (invece che realizzare qualcosa che vuole diventare); il cambiamento è un processo naturale di crescita e avviene attraverso un processo di consapevolezza crescente, attraverso contatti e assimilazioni.

La costruzione della consapevolezza avviene attraverso le domande:

"Cosa fai?», «Cosa senti?», «Cosa vuoi?», «Cosa ti aspetti?» e «Che cosa eviti?»

che favoriscono la presa di contatto con il sé-nell’ambiente nel qui-ed-ora.

Il paziente è il soggetto dei propri accadimenti, come delle proprie scelte e del proprio destino (ad un livello che può essere di maggiore o minore consapevolezza) e nulla può farci presumere di conoscere l’altro e la via di una sua possibile
migliore realizzazione che non sia lui stesso.

La prospettiva di lavoro è "qui-e-ora" e "now-for-next": è importante enfatizzare la situazione e il contatto terapeuta-paziente sostenendo la consapevolezza nel momento presente e nel movimento verso il next (a supporto dell’intenzionalità di contatto).

Il tdG osserva come funzionale  il Se' del paziente come funzione emergente al confine di contatto, le funzioni es/io/personalità, il sé come funzione di adattamento creativo, cosa succede nella relazione, come sono le dinamiche  figura/sfondo. 

La persona oltre a perdere il contatto con il proprio Sè e non sentire cosa accade al confine di contatto, organizza la propria esistenza in forme rigide e ripetitive. Da qui sente il malessere, avverte dei sintomi, assume atteggiamenti disfunzionali. L’intervento del terapeuta gestaltico è rivolto a favorire il contatto con il vuoto originario e facilita la sperimentazione di forme esistenziali più congruenti con il qui e ora.

Per questo è molto importante vedere e utilizzare le risorse del paziente presenti nel campo terapeutico. Il terapeuta è in grado di notare, tenere in primo piano e condividere nel modo e nel tempo appropriato ciò che è positivo.

Lo psicoterapeuta aiuta a sperimentare come la persona sta in  uno stato particolare (come stai quando sei in questa tensione? cosa ti dice questa rabbia?), o indirizzare il paziente ad un particolare obiettivo.

Un esperimento nasce dal processo in corso nella relazione terapeutica, è supportato dalla curiosità del terapeuta e non è controllato né dal paziente né dal terapeuta. Un esperimento evidenzia il conformarsi della figura
che sta emergendo nel campo condiviso tra terapeuta e paziente. Esempi di esperimenti spesso utilizzati sono: l’identificazione con le parti, l’utilizzo della “sedia vuota”, l’amplificazione di un movimento corporeo o del modo di verbalizzare, l’esperienza di varie espressioni verbali, l’esplorazione della polarità opposta, il verificare stimoli sensoriali (vista, udito e tatto).

Nella terapia della Gestalt si lavora per completare le situazioni incompiute (unfinished business) che tanto tormentano l'anima.

Sorridere è stare bene, sorridere fa bene e rende felici.

L'opinione del neuroscenziato R. Provine è che il sorriso abbia salvato la specie umana. Il sorriso è un collante sociale e relazionale e la forza dell'essere umano è quella di fare legami e di cooperare. Quando sul volto c'è un sorriso, l'Altro ci fa meno paura, ci ispira di più.

Chi sorride comunica disponibilità e interazioni benevole.

Quanti equivoci si generano quando il proprio partner, un collega, il capo o  la madre verso un figlio, mostrano un viso corrucciato. La prima cosa che un bambino sente è la colpa "cosa ho combinato", la moglie o il fidanzato ipotizzano di non essere più amati da quel partner!

Quando siamo piccoli piccoli, grazie ai neuroni-specchio (particolari cellule nervose che si attivano percependo un'azione della persona con cui interagiamo), sorridiamo al sorriso della mamma: il viso del bambino automaticamente si dispone al sorriso, proprio come questo arco nel cielo azzurro.

Vivere in una famiglia allegra, vicino a chi genera gioia, allena al buonumore e abbassa la genesi di paura e di ansia.

Risultati immagini per un giorno senza sorriso è un giorno perso

 

Dobbiamo allenarci alla gioia e a sorridere: alziamo gli angoli della bocca, pensiamo di avere il sorriso sulle labbra, interpretiamo con smorfie l'allegria. La nostra mente ci ringrazierà. Ogni tanto concediamoci un lasciare andare, proviamo a farci prendere dal brio:                           FELT SMILE! (sentiamoci sorridere).

Ieri una mia paziente ha riportato la sua sofferenza verso il proprio compagno: "Siamo ancora lì, io sono stanca, siamo tornati indietro, e io soffro". Le chiedo cosa sia successo, pensando a qualche evento recente che abbia riaperto il dubbio se stare con lui o stare da sola. "Nulla di nuovo... sempre la solita cosa....".

Guardare ossessivamente ai dispiaceri, ai difetti dell'altro, ai torti ricevuti è come tenere aperta una ferita e non consentire alla propria pelle e al proprio cuore di guarire. La nostra mente talvolta ha una leva potente: dimenticare, togliere dalla mente, la fonte, il fatto, la situazione che ci fa soffrire.

Ma ancora più potente è il perdono: senza perdono si resta imprigionati, vittime incastrate nella sofferenza. Perdonare e perdonarsi è un gesto alto con cui leggere positivamente le situazioni più difficili e aprirsi a nuove prospettive, ampliare lo scenario:

I PIU' DEBOLI SI VENDICANO, I PIU' FORTI PERDONANO, I PIU' FELICI DIMENTICANO (Anonimo).

Il perdono non è mai facile (scrive E. Frojo): fa digerire bocconi amari, ridimensiona, mette a fuoco le giuste priorità, fa pensare in modo diverso, rende LIBERI (dal passato per vivere pienamente il presente e il futuro). Anche studi neuroscientifici evidenziano il potere benefico del perdono sul sistema circolatorio, immunitario e nervoso.

Con il perdono è possibile superare i conflitti cristallizzati, le relazioni affettive bloccate, gestire positivamente sentimenti come la rabbia, la vergogna, la vendetta, l'indignazione). Con il perdono ci si carica di energia positiva, di fiducia.

Perdonare in concreto comporta smettere di analizzare ogni cosa, giudicare, controllare in modo ossessivo. Tutto tempo sprecato: molto meglio dedicarsi a ciò che piace, fare cose nuove, frequentare buone persone, amici, praticare attività di  benessere che migliorano il proprio stato psicofisico.

Alla fine della seduta alla mia paziente ho suggerito di accettare la sfida: non giudicare continuamente, guardare e lasciare andare quello che non tollera di lui. In questo modo potrà piano piano riattivare le proprie risorse interiori, passare da quel dolore profondo che pesca nell'abisso della sua psiche e del suo passato e disporsi ad una nuova gioia.

 

 

La rabbia è una delle 5 principali emozioni: gioia, paura, tristezza, disgusto (vergogna), e rabbia. E’ un’emozione primordiale, dal colore vivo (il rosso), che ricorda il sangue, quello che va alla testa, quando ci arrabbiamo, quello che riempie i nostri occhi quando qualcosa non va, quello della energia che si scatena quando qualcuno ci ostacola o ci impedisce di soddisfare un nostro desiderio.

E’ puro istinto, generato per attivazione dell’amigdala, la parte antica del nostro cervello, non governata dalla corteccia che, invece, ci aiuta a ragionare e a riflettere. 

La rabbia si scatena per istinto di sopravvivenza, per salvaguardia della nostra persona.

E sebbene sia utile alla nostra autoconservazione, la rabbia ci fa cadere in situazioni difficili, di cui ci si vergogna: ci adiriamo con chi ci ruba il posto auto, con chi si fa largo in metro alle 8 di mattina, quando ci spostano un appuntamento senza nemmeno consultarci!

In questi casi, talvolta diamo il peggio di noi stessi, scadiamo di immagine, perdiamo il controllo, bruciamo un sacco di energia e ci sentiamo stressati.

La rabbia è anche una questione di genere: “quando un uomo pesta un pugno su un tavolo e alza i toni esprime forza e autorità, quando una donna alza la voce è una isterica”.

Al di là di stereotipi e pregiudizi di genere, è sempre utile gestire la rabbia e avere un buon controllo. 

Per meglio fronteggiare i momenti di rabbia, eccoti alcuni suggerimenti:

  • La rabbia è collegata allo stress: esercizi di rilassamento, di meditazione e di respirazione sono provvidenziali.
  • La rabbia è sia implosiva (si trattiene dentro tutto, covando rancore e risentimento) sia esplosiva (il vulcano, il drago di fuoco, purtroppo con le persone e nei momenti meno opportuni): occorre quindi riconoscere i propri limiti e i segnali per cui si scatena.
  • Saper lasciare andare le questioni, alleggerire, con una battuta ironica, per stemperare la tensione.
  • Capire il conflitto che ha generato questa emozione e imparare a gestire meglio le relazioni interpersonali complicate.
  • Prendere distanza e tempo: es. contare fino a 90 (non basta fino 10, la rabbia si disperde dopo 90 sec.).
  • Esprimere il proprio fastidio CON CALMA, senza PUNTARE IL DITO CONTRO L’ALTRO, in tono accusatorio.
  • I ragazzi e i bambini così esposti ai social non hanno più la barriera della relazione con l’altra persona e agiscono in diretta e impulsiva. Vanno protetti da questa sovraesposizione.

La rabbia si cura con la dolcezza, con le coccole, con un abbraccio, con il silenzio, con la natura.

Lettura consigliata: Lascia Andare! di M. Panatero e T. Pecunia (Fabbri Editori)

L'inizio di un nuovo anno ci mette un pò di ansia e un pò di euforia; se quello precedente è stato fantastico, abbiamo un pò paura a lasciarlo andare, così come se abbiamo avuto un anno negativo, non vediamo l'ora di chiuderlo e passare oltre.

Ecco un gioco per mettere le basi per vivere un buon anno: prendi foglio e penna e al lavoro!

  1. focalizzati sui 10 eventi più importanti dell'anno vecchio e scrivili.  A parte scrivi i luoghi che hai visitato (anche una casa di una persona) e le attività nuove.
  2. chiudi gli occhi e ricorda i momenti di crisi e fai un elenco.
  3. ora fai la lista dei momenti di gioia e poi rivivile a occhi chiusi.
  4. fai l'elenco delle persone nuove che sono entrate nella tua vita, in base alla funzione che svolgono; e poi fai la lista di quelli che sono usciti di scena (ripensando al modo e ai motivi) e infine una lista di chi è rimasto e con quale funzione.
  5. elenca i successi e i progetti conseguiti.  A parte segna i "lavori in corso".
  6. fai una lista delle porte che si sono chiuse (dove c'è stata crescita) e quali sono ancora aperte.
  7. ripensa alle tue abitudini.
  8. ora da tutte queste liste estrai le voci più importanti e trai con gratitudine. queste conclusioni: le 5 lezioni più importanti dell'anno; i messaggi che hai ricevuto; cosa hai in mano per l'anno nuovo?
  9. dai un titolo alla tua storia.
  10. scrivi una lettera di propositi, affettuosa, a te stessa e ricordati di riguardarla solo tra qualche mese, per verificare se stai tenendo il passo dei desideri.

(fonte: G. Calligaro)

Parliamo con un uomo di infertilità... sembra che la cosa riguardi solo la donna. E invece ho visto tanti uomini soffrire in silenzio, nascondere le lacrime, far trasalire un leggero imbarazzo, quando scoprono la propria difficoltà a concepire.

 

L’uomo sembra controllare bene questa situazione, con la frequente convinzione che, quasi appellandosi ad una sorta di onnipotenza psicologica, tutto con il tempo si risolverà, tutto andrà bene, scotomizzando così il dolore interiore relativo al lutto della mancata “spermatogenesi” e della funzione procreativa, trasformando la rabbia in una forma di autodeterminazione sugli eventi.

Sullo sfondo parlano significati plurimi:

  • fallimento e impotenza dell’immagine maschile circa la stessa virilità, intrecciando erroneamente impotenza fisica con infertilità
  • timore del giudizio può generare una forte ansia, unito a stress e sfiducia in se stesso
  • senso di colpa verso di sé e verso la partner: l’uomo nella coppia infertile può sentirsi inutile, in un sistema di cura che lo mette sullo sfondo, fuori dagli studi medici e poco coinvolto nelle terapie farmacologiche.

Prendersi cura della Infertilità significa occuparsi del paziente infertile nella sua interezza e totalità di essere umano, fisico, psicologico, sociale, etico, legale.

Non voglio parole, voglio un figlio: parole TABU’

  •  Avete bisogno di una vacanza, fate un viaggio
  •  Potete sempre adottare un bambino
  •  Quando smetti di pensarci, vedrai che arriva
  •  I figli sono solo problemi
  •  Goditi la vita di coppia, che quando avrai un figlio lo rimpiangerai
  •  Signora, perché non ci ha pensato prima

Medico e psicologo: un lavoro di équipe

 La legge 40/2004 specifica la presenza dello psicologo nel backstage della PMA.

  •  Contenere e gestire le implicazioni psicologiche della infertilità
  •  Fare una valutazione psicosociale delle capacità e delle competenze di coping della coppia
  •  Indagare anche problematiche psicologiche legate alla infertilità, sia esse cause sia esse effetti/conseguenze.
  •  Sostenere la coppia di fronte all’insuccesso, orientarla verso altre opportunità genitoriali.
  •  Sostenere il passaggio psichico da donna infertile a madre, laddove esiti la gravidanza, e favorire il processo di attaccamento tra madre e nascituro.

L’aiuto psicologico

  •  L’infertilità è uno stressor cronico, incontrollabile (Steward e Blazer, 1986; McEwan, Costello, Taylor, 1987; Dunkel-Schetter et al., 1991; Leiblum, 1997).
  •  Il caos emotivo e psicologico è alto nella fase iniziale (diagnosi): confusione, frenesia di trovare un perché, una ragione, agire, agire, più che pensare.
  •  Le persone vogliono prima di tutto sapere, avere informazioni e conoscenze, sapere cosa c’è che non va, avere informazioni (libretti e filmati, counseling telefonico, es. nr verde della provincia di Milano, FORUM, COMMUNITY DI ASPIRANTI GENITORI, mondo della rete)
  • L’arousal psico-motorio attivato dalla diagnosi trova una diminuzione quando la coppia comincia a sottoporsi alle indagine “invasive” e prime cure: speranza, ottimismo. Il fare placa l’ansia.

Quale forma di aiuto ?

  •  Il supporto psicologico utile e “cercato” sembra quello mirato a sostenere la situazione di stress ed ad alleviare il sintomo ansioso-depressivo.
  •  Minore è il ricorso ad una psicoterapia mirata ad un processo di cambiamento, anche se studi ne confermano gli effetti positivi in sincronia con la PMA (de Liz e Strauss, 2005, Ragni et al. 2010).
  • • Il supporto psicosociale e la psicoeducazione risultano validi sostegni.
  • • I gruppi di self-help sono un “contenitore affettivo” e offrono occasioni di confronto e di condivisione rispetto ad un’esperienza difficile da raccontare e da mostrare; come una cassa di risonanza, fanno sentire meno diversi, più compresi e meno soli.

Quando e cosa sostenere ?

 Fase del dubbio e riconoscimento di un problema di infertilità:

  • Educazione e preparazione alla variabile imprevista: 1+1 non fa 3. L’infertilità accade, esiste e i due partner vanno sensibilizzati, soprattutto se il progetto filiale comincia in una età “critica”.  Intervento psico-educativo e “esame di realtà”.

Fase del fare: esami, consultazioni mediche:

  • Valutazione psicosociale (salute psichica del partner e della relazione di coppia), valutazione delle capacità di coping, preparazione emotiva ai trattamenti e risultati diagnostici.

Fase della cura medica, la coppia al Centro PMA:

  • Supporto per esprimere emozioni, pensieri e sentimenti i più complessi e ambivalenti (speranza, ottimismo, entusiasmo, paure, convinzioni limitanti, rappresentazioni psichiche della PMA): è un concepimento artificiale e non naturale, è il medico che fa tutto, che insemina?;
  •  E' un percorso tortuoso e tormentato, nell’ignoto e nell’impreparato.
  • Sensibilizzazione al rischio riproduttivo: l’infertilità è una malattia che ha ripercussioni ostetriche, secondo le ricerche mediche: > gravidanze a rischio (es. preeclampsia), > parti pre-termine, > morte intrauterina, > gravidanze gemellari.
Fase della scelta della tecnica e del trattamento:
  • La coppia decide solo in parte, affidandosi al medico per il trattamento che “assicuri” il maggiore successo.elemento critico è l’età cronologica e la cronicità della infertilità.
  •  Aiuto nell’accettare la scelta medica (es. eterologa, ICSI, ovodonazione, nr di cicli) e nell’analizzare le alternative.
  •  Espressione dei sentimenti legati a intrusione nello spazio psichico-fisico della scienza, il terzo “incomodo” e elaborazione dei sentimenti di passività, impotenza, “delega coatta”, dipendenza e frustrazione.
Fase dell’attesa dei risultati e della decisione di smettere:
  • Preparazione al risultato, aiuto nella gestione dello stress, sostegno alla frustrazione e alla resilienza della coppia (è soprattutto in questa fase che arrivano in terapia)
  •  Counseling per elaborazione del lutto. ri-progettare una vita di coppia childness (senza figli), elaborando il lutto della mancata genitorialità e degli investimenti e proiezioni maturate dai due “adulti”.
  • Aiuto nella scelta decisionale: ripensare il percorso identitario, perché il percorso psico-evolutivo ha incontrato una battuta di arresto; solo razionalmente è comprensibile un’esistenza soddisfacente e    pienamente realizzata  childfree, per cui non si ha bisogno di una maternità (soprattutto la donna) per definirsi.
  • Dire basta: decidere di smettere può portare ad un aumento del senso di colpa per non aver fatto abbastanza. 

Dire basta non è facile…

  •  Gradualmente nel tempo è diventato più accettabile rimanere senza figli, nonostante per la coppia, la mancata genitorialità, resti un’esperienza dolorosa
  • Decidere di smettere può portare la coppia ad aumentare il proprio senso di colpa per non aver fatto abbastanza
  • E' importante allora aiutare la coppia a ripercorrere tutto ciò che ha fatto per avere un figlio, da quanti anni ha tentato, quanti esami, quante stimolazioni, quanti cicli di fecondazione assistita
  • Ripercorrere le tappe di questo percorso può essere doloroso, ma aiuta a prendere coscienza di quanto si è fatto, che si è fatto tutto il possibile
  • Questo processo porta con se tristezza e rabbia, ma aiuta la coppia a riprendere il possesso della propria vita e a dargli un nuovo senso

Se si potesse cancellare subito il mal d'amore, con una magica gomma!

Quando l'altro ci lascia sembra impossibile smettere di piangere, trovare un senso alla nostra giornata, andare avanti lo stesso. L'amore è una faccenda di molecole chimiche, come dicono i neuroscenziati, che producono neuro-trasmettitori e neuro-ormoni che attivano aree cerebrali connesse all'innamoramento, all'attaccamento, al benessere (ossitocina e/o dopamina).

Sono questi ormoni che hanno segnato e scritto dentro la nostra psiche i segni incancellabili della persona amata.

Quando la storia finisce può subentrare una visione tunnel, quasi ossessiva:  la nostra mente continua riporta a pensare  solo alla persona che abbiamo amato e  i livelli di serotonina e di autostima si abbassano e subentrano stati di tristezza, senso di perdita, apatia, scoraggiamento, ansia da separazione.

Ma il mal d'amore non è una malattia, di per sè! Il consiglio è fare attenzione agli effetti collaterali, l'emergere fragilità e vulnerabilità nella persona che, se sviluppa modalità psicopatologiche, è utile ricorrere ad un sostegno psicologico.

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