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Sorridere è stare bene, sorridere fa bene e rende felici.

L'opinione del neuroscenziato R. Provine è che il sorriso abbia salvato la specie umana. Il sorriso è un collante sociale e relazionale e la forza dell'essere umano è quella di fare legami e di cooperare. Quando sul volto c'è un sorriso, l'Altro ci fa meno paura, ci ispira di più.

Chi sorride comunica disponibilità e interazioni benevole.

Quanti equivoci si generano quando il proprio partner, un collega, il capo o  la madre verso un figlio, mostrano un viso corrucciato. La prima cosa che un bambino sente è la colpa "cosa ho combinato", la moglie o il fidanzato ipotizzano di non essere più amati da quel partner!

Quando siamo piccoli piccoli, grazie ai neuroni-specchio (particolari cellule nervose che si attivano percependo un'azione della persona con cui interagiamo), sorridiamo al sorriso della mamma: il viso del bambino automaticamente si dispone al sorriso, proprio come questo arco nel cielo azzurro.

Vivere in una famiglia allegra, vicino a chi genera gioia, allena al buonumore e abbassa la genesi di paura e di ansia.

Risultati immagini per un giorno senza sorriso è un giorno perso

 

Dobbiamo allenarci alla gioia e a sorridere: alziamo gli angoli della bocca, pensiamo di avere il sorriso sulle labbra, interpretiamo con smorfie l'allegria. La nostra mente ci ringrazierà. Ogni tanto concediamoci un lasciare andare, proviamo a farci prendere dal brio:                           FELT SMILE! (sentiamoci sorridere).

Ieri una mia paziente ha riportato la sua sofferenza verso il proprio compagno: "Siamo ancora lì, io sono stanca, siamo tornati indietro, e io soffro". Le chiedo cosa sia successo, pensando a qualche evento recente che abbia riaperto il dubbio se stare con lui o stare da sola. "Nulla di nuovo... sempre la solita cosa....".

Guardare ossessivamente ai dispiaceri, ai difetti dell'altro, ai torti ricevuti è come tenere aperta una ferita e non consentire alla propria pelle e al proprio cuore di guarire. La nostra mente talvolta ha una leva potente: dimenticare, togliere dalla mente, la fonte, il fatto, la situazione che ci fa soffrire.

Ma ancora più potente è il perdono: senza perdono si resta imprigionati, vittime incastrate nella sofferenza. Perdonare e perdonarsi è un gesto alto con cui leggere positivamente le situazioni più difficili e aprirsi a nuove prospettive, ampliare lo scenario:

I PIU' DEBOLI SI VENDICANO, I PIU' FORTI PERDONANO, I PIU' FELICI DIMENTICANO (Anonimo).

Il perdono non è mai facile (scrive E. Frojo): fa digerire bocconi amari, ridimensiona, mette a fuoco le giuste priorità, fa pensare in modo diverso, rende LIBERI (dal passato per vivere pienamente il presente e il futuro). Anche studi neuroscientifici evidenziano il potere benefico del perdono sul sistema circolatorio, immunitario e nervoso.

Con il perdono è possibile superare i conflitti cristallizzati, le relazioni affettive bloccate, gestire positivamente sentimenti come la rabbia, la vergogna, la vendetta, l'indignazione). Con il perdono ci si carica di energia positiva, di fiducia.

Perdonare in concreto comporta smettere di analizzare ogni cosa, giudicare, controllare in modo ossessivo. Tutto tempo sprecato: molto meglio dedicarsi a ciò che piace, fare cose nuove, frequentare buone persone, amici, praticare attività di  benessere che migliorano il proprio stato psicofisico.

Alla fine della seduta alla mia paziente ho suggerito di accettare la sfida: non giudicare continuamente, guardare e lasciare andare quello che non tollera di lui. In questo modo potrà piano piano riattivare le proprie risorse interiori, passare da quel dolore profondo che pesca nell'abisso della sua psiche e del suo passato e disporsi ad una nuova gioia.

 

 

Che fatica scacciare dalla testa le preoccupazioni, l'ansia dei pensieri negativi! Rimuginare, tornare a pensare a quella persona, a quella frase, a quella cosa che ci è capitata e a chiederci “perché proprio a me”, “cosa avrei potuto dire, fare….” genera stress ed è un consumo inutile di energia mentale e fisica.

Sarebbe meraviglioso avere un interruttore, una APP che spegne la testa o crea una barriera, così ansia, stress e preoccupazioni restano fuori e non attaccano la nostra pace interiore! Dobbiamo creare dentro di noi una sorta di antivirus dei pensieri negativi:

1) scrivere ogni volta quello che ci preoccupa, lasciarlo su un foglio aiuta a svuotare la mente;

2) prendersi pochi minuti di relax, fare una piccola meditazione per stoppare ansie e paure intrusive;

3) prendere distanza da ciò che ci stressa: immaginare quella ansia come un oggetto e cominciarlo a vederlo sempre più piccolo e allontanarsi da noi;

4) usare la macchina del tempo: in uno stato di relax, ricordare le preoccupazioni di un anno fa. “Cosa è che ci tormentava esattamente 365 giorni fa?” Se non le ricordiamo (e allora erano veramente importanti) tra un anno quello che oggi ci stressa non lo ricorderemo;

5) da ultimo come insegna P. Wastlawick, possiamo darci un “appuntamento con le nostre preoccupazioni”: ogni giorno dedichiamo 30 minuti, fissati alla stessa ora e nello stesso luogo, all’incontro con noi stessi, pensando a ciò che ci affligge e che ci fa stare male….. più o meno quello che succede con la psicoterapia…. E si sta davvero meglio!

La fiducia negli altri e avere relazioni positive sono generatori di benessere. Possediamo un antidepressivo naturale, l'ossitocina, che il nostro cervello produce quando abbiamo buone relazioni, affetti positivi o siamo in contatto (come dice la Terapia della Gestalt) con gli altri e ci viene in aiuto in caso di ansia, stress, depressione.

L'ossitocina è l'ormone della felicità, viene per lo più prodotto dalla mamma subito dopo aver partorito il piccolo uomo per favorire l'attaccamento (allattamento al seno). E' l'ormone del trust (della fiducia, del legame affettivo), fondamentale per il nostro benessere, per la nostra serenità, che salda i rapporti interpersonali. Questa scarica chimica si genera anche nel contatto visivo con il nostro partner, con il proprio figlio, con l'amica, con la madre o il padre. Così come in un abbraccio o nell'intimità.

«La felicità è legata al sistema gratificazione-frustrazione» spiega Vittorino Andreoli, tra i più autorevoli e stimati psichiatri italiani, «un meccanismo comune a tutte le specie viventi e fondamentale per la sopravvivenza. Essere gratificati significa essere apprezzati e mostrarsi vincenti davanti agli altri. La frustrazione, al contrario, è una disposizione d'animo che si avverte di fronte a un fallimento. Per sopravvivere, Darwin insegna, bisogna essere vincenti: essere felici vuol dire, in quel determinato momento, essere vincente.
La depressione (ovvero un continuo stato di frustrazione) porta invece spesso al suicidio e quindi all'auto-annientamento».

 

La felicità non sembra apparentemente legata a una necessità di sopravvivenza. Un atteggiamento positivo ci permette di osservare la realtà con occhi più attenti, e cogliere particolari che quando siamo un po' giù ci sfuggono da sotto il naso. Essere felici ne porta anche uno più "concreto". Gli irriducibili del buonumore sembrerebbero infatti più capaci di far fronte ai malanni di stagione perché dotati di migliori difese immunitarie. Ma come si può spiegare l'effetto benefico della felicità sulla salute? «Questo fenomeno è legato a due meccanismi» spiega Vittorino Andreoli, psichiatra e scrittore, «il primo consiste nella produzione di endorfine, il "linguaggio biologico" che si accompagna al sentimento del piacere: se ne bloccassimo la produzione, saremmo freddi, incapaci di provare piacere e felicità. Il secondo prende spunto da un famoso esperimento degli anni Sessanta, in cui è emerso che le donne che avevano subito un lutto sviluppavano tumori al seno con frequenza superiore rispetto a donne che non l'avevano subito. I sentimenti quindi agiscono sul sistema immunitario, che oltre a vigilare contro gli agenti infettivi, è addetto anche alla moltiplicazione cellulare (essenziale per lo sviluppo di masse tumorali). Una persona felice va incontro in maniera minore a malattie somatiche e difende così la salute dell'organismo, che risponde con uno stato di benessere generale. Si instaura insomma, una sorta di "circolo virtuoso. «Un atteggiamento positivo è in un certo senso un segnale evolutivo che ci informa a livello subconscio che la situazione che stiamo vivendo è sicura e priva di pericoli». Se una gravidanza all'insegna del buonumore influisce positivamente sulla salute del feto (e al contrario, ansia e depressione facilitano il passaggio del cortisolo, l'ormone dello stress, attraverso la placenta rallentando lo sviluppo cerebrale del nascituro).

Esercizio quotidiano
La felicità si può "allenare", proprio come i muscoli in palestra. In un recente esperimento Barbara Fredrickson dell'Università del North Carolina ha sottoposto un gruppo di volontari a un training quotidiano di meditazione incentrato sul pensare positivamente a uno dei propri cari, per poi estendere progressivamente quei sentimenti positivi a persone alle quali non ci si sente altrettanto vicini. Dopo un periodo di 7 settimane (con un allenamento quotidiano di qualche minuto) i partecipanti hanno dimostrato di aver raggiunto livelli più alti di gioia, speranza, gratitudine, e anche migliori relazioni con gli altri rispetto al gruppo di controllo. Questi cambiamenti positivi sono continuati per alcuni giorni anche dopo la fine della terapia. La felcità è nel sangue e nel cuore: Chi si dichiara "più felice" presenta anche livelli più bassi di cortisolo (un ormone associato a disturbi come l'ipertensione) e una migliore salute cardiovascolare (battito cardiaco più lento, minori rischi di problemi alle coronarie). Lo studio sembrerebbe insomma confermare scientificamente quello che dicevano i nostri nonni: se sei felice stai anche bene di salute, e viceversa. (fonte: Focus, 2010)

Cristiana D'Orsi

Chiunque può arrabbiarsi, questo è facile.
Arrabbiarsi con la persona giusta e nel grado giusto e al momento giusto e per lo scopo giusto e nel modo giusto,questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile.

Aristotele

A volte gli attacchi di panico e l'ansia rappresentano una sorta di paralisi, di arresto e di blocco.

Non si riesce più a studiare, non si crede più in se stessi, non ci si sente all'altezza del proprio ruolo lavorativo.

Stati di sofferenza, sentimenti di inadeguatezza ci pervadono.

Eppure questi momenti, se ascoltati e non scacciati, se accolti e non rifiutati possono essere il punto di partenza per trovare se stessi e nuove risorse, trovando nel PANICO  un ALLEATO.

E' possibile entrare in contatto con questa forza interiore insolita e strana, attraverso un percorso di lavoro di consapevolezza, con cui scoprirsi migliori di quanto ci sentiamo.

''Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”   (Aristotele)

Tanto tempo fa ho letto un piccolo libro il cui titolo mi è rimasto impresso: Vincere sbagliando. Ma come è possibile? Direbbe chi è artefice e vittima allo stesso tempo della perfezione, dell'essere perfetti.

In effetti si può finire a fette quando l'attenzione all'ordine, alla precisione, al compimento di attività e di obiettivi domina nelle persone che vivono con richieste sempre più elevate e sfide incessanti, al fine di eccellere, conquistare un'immagine positiva e vincente. Queste persone spesso sono insoddisfatte, alla continua ricerca di qualche cosa, per cui c'è sempre da fare qualcosa e si può sempre farlo meglio. Rischiano molto, tanto quanto stimolante e avvincente è la possibilità di perseguire standard elevati (nella vita professionale, nella scuola e negli studi, nelle relazioni sentimentali, nella relazione con se stessi, nello sport). Sono persone che mal sopportano lacune, nei e ombre nel loro operato, errori e insuccessi nella loro prestazione, tanto da essere sempre rivolti con lo sguardo alla meta. Peccato che una volta raggiunta non è così appagante come credevano e quindi si mettono in moto per un altro traguardo.

E così queste persone non finiscono mai, o meglio possono sfinirsi, fino all'esaurimento, senza rendersene conto, quando ormai è troppo tardi e i livelli di stress e di burn out sono tali da sentirsi esausti, privi di energia, bruciati appunti.

Un conto è la tensione e il desiderio di migliorarsi e di progredire, con un atteggiamento costruttivo. Altro è lo stato in cui i livelli di controllo e di vigilanza si alzano, non ci si permette di sbagliare e ci si impone criteri di impeccabilità. Il perfezionismo è correlato ad un maggior rischio di dipendenza dal lavoro (workhaholic), di essere intossicati dalla prestazione da dare, con sintomi depressivi, di ansia e bassa qualità della vita.

Come guarire dalla smania di eccellenza?

  1. capire prima di tutto quale è il proprio livello di perfezionismo: se evitiamo di invitare amici in casa per non scomporre l'ordine cui teniamo, facciamoci qualche domanda.
  2. capire la ragione del nostro essere perfetti: siamo severi e critici con noi stessi, crediamo di essere accettati solo se siamo senza macchia?
  3. gustare il viaggio che porta alla meta, anziché guardare solo alla meta, all'ideale che ha solo il compito di ispirarci e di stimolarci.
  4. rispettarci e perdonarci gli errori, le mancanze, essere benevoli e anche clementi con noi stessi, anziché giudici ipercritici.
  5. considerare il tempo che dedichiamo ad un solo compito, ripetendo e rifacendo sempre lo stesso lavoro, anziché andare avanti, evitando di fissarsi sui dettagli.
  6. valorizzare ciò che abbiamo già fatto e conseguito, anziché fissare lo sguardo su cosa manca. E considerare che c'è sempre una soluzione, un rimedio all'errore per cui essere proattivi impegnandosi in altro.
  7. delegare affidandosi anche agli altri e facendosi aiutare.
  8. celebrare i successi, le vittorie, i progressi come segno di autostima e giusto autocompiacimento, serve all'umore e serve a riconoscere che ce l'abbiamo fatta, senza farci a fette.

 

Sempre più si parla di comfort food, di cibo che aiuta a stare meglio e a darci piccoli piaceri quotidiani. Il cibo di per sé ha una funzione vitale, è la risposta alla nostra richiesta di sopravvivenza fisica, tanto da essere alla base della piramide dei bisogni umani. E allora cosa centrano le emozioni?

A livello psicologico il cibo ci fa stare bene perché è un attivatore di emozioni (gioia, disgusto), sensazioni psicofisiche (visive, olfattive, gustative, tattili) e di esperienze sociali (convivialità, socialità). E in alcuni momenti può avere un ruolo compensatorio. Attraverso il cibo e il nutrimento possiamo soddisfare motivazioni e bisogni soggettivi e vivere un'esperienza gratificante e rassicurante.

E ancora. Il cibo è un paradigma dell'ambiente in cui viviamo, in cui agiamo e, quindi, attraverso esso possiamo esplorare il mondo esterno, soddisfare curiosità: assaggiamo la realtà che ci circonda, la afferriamo e la portiamo dentro di noi. Con il cibo scopriamo cose nuove, anche solo osservando come ci relazioniamo ad esso, che tipo di rapporto abbiamo (mangiamo lentamente, ingurgitiamo tutto quello che c'è a disposizione, mangiamo solo certi tipi di alimenti, etc.). Il mangiare quindi è associato alla nostra capacità di “portare dentro” ovvero ci appropriamo del mondo esterno attraverso il cibo e questo ha a che fare con una dimensione ad-gressiva (da adgredior, latino, che significa andare verso, conquistare), edonistica (piacere del cibo) e affettiva (relazione con il care giver, la mamma che ci ha allattato, svezzato, nutrito).

Quando siamo in difficoltà, in ansia, stressati possiamo aumentare la nostra attenzione al cibo, nel senso che più facilmente usiamo il cibo come soluzione al disagio e per questo diviene confortevole. Cerchiamo stimoli nuovi e risposte veloci, proprio come a piccoli morsi mangiamo una tavoletta di cioccolato, il gelato, un sacchetto di patatine, una carota, uno snack, cibi “facili” cioè pronti all’uso. Nei momenti critici (ansia, stress, nervosismo, solitudine) si aprono dispense e frigoriferi alla ricerca di qualcosa, gesto che aiuta a scaricare o a prendere distanza emotiva dalla tensione, facendo un'esperienza rassicurante. Il cibo, infatti, può darci un appagamento veloce e, ad un livello più profondo, mangiando e mordendo facciamo un’azione di successo e di auto-efficacia (sto facendo qualche cosa che mi fa stare bene) così da affrontare quella situazione stressante in un modo migliore. In sostanza, gustando un cibo che per noi è gratificante e ci fa sentire appagati, cambiamo anche la percezione di noi stessi, che diventa positiva.

Attenzione però alle trappole della mente: le donne cedono più spesso al cibo consolatorio (gli uomini si dedicano ad altro, ad esempio facendo sport, andando in palestra per scaricare la tensione) e  si deve fare in modo che il cibo non diventi l’unica via di sfogo. L’atto consolatorio può divenire un gesto e poi un comportamento compulsivo (che non controlliamo più). In questo caso l’effetto sarebbe deleterio: lo stress invece che diminuire aumenterebbe per i sensi di colpa che ne deriverebbero, i cuscinetti e i chili in più che abbassano l’autostima e, nei casi più gravi, il rischio è di sfociare nei disturbi del comportamento alimentare.

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