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La fiducia negli altri e avere relazioni positive sono generatori di benessere. Possediamo un antidepressivo naturale, l'ossitocina, che il nostro cervello produce quando abbiamo buone relazioni, affetti positivi o siamo in contatto (come dice la Terapia della Gestalt) con gli altri e ci viene in aiuto in caso di ansia, stress, depressione.

L'ossitocina è l'ormone della felicità, viene per lo più prodotto dalla mamma subito dopo aver partorito il piccolo uomo per favorire l'attaccamento (allattamento al seno). E' l'ormone del trust (della fiducia, del legame affettivo), fondamentale per il nostro benessere, per la nostra serenità, che salda i rapporti interpersonali. Questa scarica chimica si genera anche nel contatto visivo con il nostro partner, con il proprio figlio, con l'amica, con la madre o il padre. Così come in un abbraccio o nell'intimità.

La nostra felicità, quindi, dipende anche dall'avere fiducia, dall'affidarci all'altro, nel credere a persone anche fuori della nostra cerchia. Siamo l'unica specie che si affida ad un estraneo (pensiamo a quando saliamo su un aereo guidato da un perfetto sconosciuto), così come l'unica specie che aggredisce il proprio simile. 

Oggi è sempre più diffusa la diffidenza, così come si tende all'individualismo, e si hanno contatti veloci (il tempo di un sms, di un whatsapp!), si vive a distanza iperconnessi.

Dobbiamo invece dedicarci a creare e curare le nostre amicizie, i nostri affetti, dedicare il tempo anche a chi ha bisogno di aiuto e praticare un pò di altruismo.

L’infertilità colpisce mediamente 1 coppia su 5 in Italia. La difficoltà procreativa fa parte della notte dei tempi e non guarda in faccia a nessuno: donne dotate di bellezza, uomini di successo, re e regine, gente dello spettacolo, persone comuni.

Nei tempi antichi la sterilità era considerata una disgrazia così come, ancora oggi la donna che non riesce ad avere figli o la coppia sterile provano vergogna. Il senso di colpa, talvolta anche l’umiliazione nel sentirsi difettosi o mancanti sono sentimenti vivi nel confessare il problema di fertilità. Problema in passato attribuito più alla donna. Enrico VIII, ebbe numerose mogli attribuendo a loro il problema, di non riuscire ad avere un erede maschio. La scienza medica avrebbe poi dimostrato che è il cromosoma maschile a determinare il genere nella prole.

Oggi il problema viene affrontato analizzando la salute fisica di entrambi i partner, ma da un punto di vista sociale e psicologico l’infertilità può essere uno stigma.

Se un tempo si consigliavano pozioni magiche, rituali e soggiorni termali oggi, la scienza ha fatto numerosi passi avanti e molte coppie sono riuscite ad avere un figlio; ma i risvolti psicologici che accompagnano la difficoltà procreativa sono gli stessi.

Un primo disagio psicologico investe la perdita di autostima e fiducia in se stessi: il corpo non risponde alle aspettative, non funziona, e la propria identità subisce un primo attacco.

Nella psicologia dell’infertilità si parla di lutto e di elaborazione di questo incompiuto, vissuto come insuccesso. La coppia deve quindi lavorare su questa accettazione. In caso di successo affronterà la genitorialità con minore ansia e timore. In caso di insuccesso, la coppia dovrà confrontarsi con un ventaglio di emozioni, di sentimenti e di emozioni stressanti, molto simili ad una esperienza di lutto non elaborato

Non c’è modo per garantirsi una fertilità a tutti i costi, anche se un sano stile di vita e una sana pratica sessuale sono raccomandati. Se da una parte, rispetto a aspetti fisiologici congeniti o a causa genetiche si può aver poco controllo, ci sono alcuni fattori su cui si può agire per preservare la salute sessuale e riproduttiva (fumo, obesità, sedentarietà, malattie sessualmente trasmissibili, impiego di sostanze… non sono dei toccasana)

La fertilità è un bene. Un bene prezioso di cui ci si accorge purtroppo anche tardi. Per questo bisogna preservarlo.

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EMDR, (Eye Movement, Desensitization and Reprocessing) è un trattamento psicoterapeutico che favorisce la risoluzione di sintomi di ansia, panico, fobie, depressione, lutti dovuti a esperienze stressanti e traumi. E' una tecnica elettiva per il Disturbo Post Traumatico da Stress, usata in psicologia dell'emergenza per dare sollievo e favorire la ripresa di condizioni di benessere laddove si sono vissute esperienze di minaccia alla propria vita (terremoti, disastri ambientali, incidenti, etc).

E' inoltre sempre più dimostrata l'efficacia per la cura di sintomi emotivi e disagi psichici quali fobie, disturbi di panico, ansia generalizzata, problemi relazionali e di autostima, ansia da prestazione, dolore cronico.

Grazie alla stimolazione bilaterale (Movimento Oculare o Tapping) effettuata dal terapeuta, che nel frattempo seguendo il protocollo delle fasi dell'EMDR ha provveduto a raccogliere la storia del paziente e dell'evento passato o recente, il ricordo e il pensiero negativo e disfunzionale legato all'evento (es. lutto) o al sintomo di ansia, o di panico, viene rielaborato in modo da non disturbare più.

Non si cancella l'esperienza stressante (trauma, stress), non si dimentica la persona deceduta o l'evento che scatena paura o fobie, ma viene cambiata l'informazione e la componente emotiva diviene più adattativa e sostenibile per la persona.

E' un processo di autoguarigione che la nostra mente fa, sostenuta dalla relazione terapeutica.

Per approfondimenti: www.emdritalia.it

“….Accade a molti professionisti, a tanti dirigenti d'azienda: soprattutto se hanno avuto successo. Arrivati a una certa età, e a un certo punto della carriera, si trascinano appresso un carico pesante, e non vogliono lasciare nulla…..Se l'autostima è proporzionale al numero di consigli direttivi, tuttavia, abbiamo un problema. E' come se avessimo bisogno delle prove di aver vissuto (professionalmente, e non solo). Ma l'accumulo di vecchie prove non è compatibile con la ricerca di nuove idee. Cure? Una sola: fare meno cose e farle meglio. Dare tempo all'imprevisto e spazio alle novità. Se le giornate sono troppo piene, e il cervello segna sempre «occupato» è difficile che l'ispirazione trovi accoglienza…. Non è un caso che le idee migliori ci vengano in bagno al mattino, sotto la doccia, pedalando o correndo. Sono i momenti in cui non telefoniamo, controlliamo, chiamiamo, clicchiamo, sollecitiamo o rispondiamo: affinché la modica quantità di adrenalina così prodotta ci convinca di non essere inutili, e non aver buttato la giornata”.

(da un articolo breve di Beppe Severgnini)

Contro il superlavoro occorre imparare qualche strategia detox o farsi aiutare da un coach. Il superlavoro (oltre 55 ore alla settimana) manda in overbooking il fisico (problemi cardiaci, somatizzazioni, mal di testa, tensioni muscolo scheletriche, disturbi digestivi, etc) e qualcosa salta anche a livello mentale: si abbassa la concentrazione e il rendimento, non si capisce se si è più stanchi o insoddisfatti, si mangia male e di fretta, si dorme poco, si fa sempre più fatica a staccare e a dire basta, ansia e attacchi di panico sono in agguato.

Si lavora tanto perché è difficile rinunciare alle lodi ricevute per un compito ben svolto, per la gratificazione di aver rispettato la scadenza (una sorta di droga, di dipendenza di cui ci si accorge quando il nostro fisico ad un certo punto fa KO, alza bandiera bianca). Per questo occorre imparare a gestire meglio questa sorta di compulsione a fare, questo comandante a essere perfetti e capaci, per cui si sente l’autostima e la gratificazione solo nel fare, fare, fare. Spesso si tira avanti ostinatamente, sia perchè oggi il lavoro è bene tenerselo stretto, sia perché ci si sente invincibili, sempre giovani e prestanti. Ma, mai trascurare i campanelli d’allarme, perchè il corpo è un saggio: il nostro corpo parla e se non lo ascoltiamo, GRIDA!

Incontro di frequente persone cui consiglio una sorta di detox lavorativo per mollare la presa. C'è bisogno di una buona dose di disciplina e voglia di cambiamento per mettere in pratica qualche semplice suggerimento:

  1. Mettersi in modalità stand by: considerare la calma, il fare una cosa alla volta, coltivare pause e darsi ritmi più lenti come un valore positivo;
  2. Coltivare un po’ di ozio: l’ozio creativo (D. De Masi, sociologo) è fonte di creatività e di generazione di nuove idee;
  3. Prendersi cura di sé e del proprio corpo: dormire, mangiare bene e lentamente, dissetarsi, dedicarsi alle proprie passioni, respirare!
  4. Saper dire di no, delegare e chiedere aiuto: ma ancora più importante è accettare di farsi aiutare, un attacco al proprio narcisismo, “da solo/a non mi basto”;
  5. Fermarsi quando arriva lo stress: fare pausa, negoziare e accordarsi con gli altri, allentare la tensione.

Per non lavorare troppo si deve accettare il limite: questo è il messaggio del corpo attaccato dal troppo lavoro. Ognuno di noi ha un limite e se lo rispettiamo vuol dire che rispettiamo noi stessi e ci amiamo più.

Cosa è

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, ovvero Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari) è un metodo psicoterapeutico che consente di alleviare lo stress e i disturbi causati da esperienze traumatiche.

«Siamo abituati a considerare come traumatici eventi catastrofici quali incidenti, terremoti, perdite traumatiche, abusi sessuali, ma le esperienze traumatiche non sono solo quelle che hanno le caratteristiche di un evento fuori dalla norma  (Isabel Fernandez, Presidente EMDR Italia): Essere stati vittime di bullismo, aver perso precocemente un genitore, aver vissuto con un genitore impaurito perché a sua volta vittima di eventi traumatici nell’infanzia, essere stati a contatto con un genitore depresso o essere stati umiliati da bambini, sono tutte situazioni che, se non elaborate, possono avere un’influenza a lungo termine sul benessere della persona”.

Il cervello è generalmente in grado di elaborare le esperienze in modo costruttivo e senza scatenare alcun tipo di disagio emotivo. Quando i traumi rimangono “congelati”, mantengono le stesse emozioni e sensazioni fisiche che si sono provate al momento dell’evento e non consentono un’elaborazione ecologica e sostenibile per la persona che percepisce qualcosa di irrisolto, un disagio che può manifestarsi con sintomi a livello fisico o psicologico.

L’EMDR è un trattamento utile in moltissimi sintomi: ansia, attacchi di panico, lutto traumatico, disturbi di personalità, disturbi alimentari, disturbi del sonno e tutti i sintomi che portano la persona a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Inoltre l’EMDR può essere utile anche per migliorare le performance in atleti, professionisti, manager o persone che hanno bisogno di aumentare il loro livello di performance, ovvero come tecnica di empowerment e di potenziamento di risorse personale.

Come funziona

Dopo una fase di raccolta della storia di vita della persona ed una fase di preparazione al metodo, il ricordo o i ricordi collegati maggiormente ai sintomi riferiti vengono trattati dallo psicoterapeuta con brevi set di stimolazione bilaterale. Si chiede al paziente di seguire con gli occhi le dita del terapeuta che durante la stimolazione sarà in grado di collegare quel ricordo a reti di memoria più ampie, e sarà anche aiutato, attraverso le varie fasi, ad integrare quell’evento nella sua storia ma a non essere più emotivamente disturbato dal ricordo.

Sembra infatti che i movimenti oculari (o altre stimolazioni bilaterali) comportino l’attivazione di quel meccanismo innato e naturale alla base del sistema di elaborazione dell’informazione e delle esperienze.

Il metodo segue un protocollo ben strutturato che va dalla fase di identificazione delle esperienze traumatiche/disturbanti (all’origine del disagio), fino alla stimolazione e installazione di un cambiamento in positivo.

Di solito la seduta si completa con uno stato di benessere psico-fisico per la persona e nel giro di poche sedute la persona avverte un sollievo del proprio disagio e una risoluzione del sintomo.

 

Che fatica scacciare dalla testa le preoccupazioni, l'ansia dei pensieri negativi! Rimuginare, tornare a pensare a quella persona, a quella frase, a quella cosa che ci è capitata e a chiederci “perché proprio a me”, “cosa avrei potuto dire, fare….” genera stress ed è un consumo inutile di energia mentale e fisica.

Sarebbe meraviglioso avere un interruttore, una APP che spegne la testa o crea una barriera, così ansia, stress e preoccupazioni restano fuori e non attaccano la nostra pace interiore! Dobbiamo creare dentro di noi una sorta di antivirus dei pensieri negativi: 1) scrivere ogni volta quello che ci preoccupa, lasciarlo su un foglio aiuta a svuotare la mente; 2) prendersi pochi minuti di relax, fare una piccola meditazione per stoppare ansie e paure intrusive; 3) prendere distanza da ciò che ci stressa: immaginare quella ansia come un oggetto e cominciarlo a vederlo sempre più piccolo e allontanarsi da noi; 4) usare la macchina del tempo: in uno stato di relax, ricordare le preoccupazioni di un anno fa. “Cosa è che ci tormentava esattamente 365 giorni fa?” Se non le ricordiamo (e allora erano veramente importanti) tra un anno quello che oggi ci stressa non lo ricorderemo; 5) da ultimo come insegna P. Wastlawick, possiamo darci un “appuntamento con le nostre preoccupazioni”: ogni giorno dedichiamo 30 minuti, fissati alla stessa ora e nello stesso luogo, all’incontro con noi stessi, pensando a ciò che ci affligge e che ci fa stare male….. più o meno quello che succede con la psicoterapia…. E si sta davvero meglio!

«Molte volte, conoscere se stessi, Socrate, mi è sembrata una cosa alla portata di tutti. Molte volte, invece, assai difficile».  Così Alcibiade manifestava al maestro la sua preoccupazione di fronte alla fatica che comporta crescere.

Socrate gli rispose: «Alcibiade, che sia facile oppure no, conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo prenderci cura di noi, mentre se lo ignoriamo, non lo potremo proprio sapere

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